Suicidi di agenti penitenziari, De Leo: “Stress e frustrazione a livelli elevatissimi”
ROMA - “Il livello di stress e frustrazione che gli agenti penitenziari si trovano a dover gestire può essere elevatissimo e caratterizzarsi a volte come disturbo post-traumatico da stress”. È l’analisi di Diego De Leo, psichiatra, direttore dell’Istituto australiano di ricerca e prevenzione del suicidio alla Griffith University e presidente del De Leo fund di Padova.
“Gli agenti sono frequentemente oggetto di aggressioni verbali e minacce, hanno il compito di assicurare l’integrità dei detenuti, dei propri colleghi e di tutto il personale carcerario in ambienti normalmente molto violenti - aggiunge -. Un evento come il suicidio di un detenuto può rappresentare di per sé un’esperienza altamente traumatizzante, specialmente nel caso di una precedente quotidianità dei rapporti e del rinvenimento del cadavere. Il burnout è pertanto un fenomeno frequente, che sfocia spesso in esaurimento emozionale, perdita di significato del proprio lavoro, disinvestimento, depersonalizzazione, depressione. Il protrarsi di queste situazioni spalanca la porta all’opzione suicidaria”.
De Leo sottolinea che la situazione “richiederebbe interventi strutturali importanti, a cominciare da un più adeguato rapporto tra spazio disponibile e popolazione carceraria. È mia convinzione che il suicidio in carcere, sia dei detenuti sia dei loro custodi, sia un problema di dimensione internazionale per il quale comunque molti interventi sono possibili”. In particolare, la prevenzione del suicidio tra gli agenti “dovrebbe essere tra i traguardi più immediatamente raggiungibili. Una valutazione attenta degli accadimenti più recenti anche con la tecnica dell’autopsia psicologica dovrebbe poter permettere la messa a punto di contromisure per arginare un fenomeno troppo doloroso da sopportare. Gli agenti lavorano per noi cittadini. Abbiamo il dovere di aiutarli”. (gig)