4 novembre 2013 ore: 16:27
Immigrazione

Svezia, 11 mila richieste d'asilo dei siriani dal 2013

Corridoio Nord/10. Il sistema accoglie tutti dal settembre 2013. L'immigrazione sostiene il tasso di natalità, altrimenti tra i più bassi d'Europa e movimenta il mercato del lavoro. In 5 anni si può diventare residenti e lo Stato contribuisce al pagamento dell'affitto
Rifugiati siriani

STOCCOLMA – 4.800 chilometri. È la distanza che separa Damasco da Stoccolma, l'inferno dal paradiso. In 11.701, secondo i dati 2013 aggiornati ad ottobre dal Migrationsverket, l'ufficio immigrazione svedese, hanno bruciato le frontiere siriane per chiedere asilo in Svezia. Su 41.752 richieste totali. Nel 2012, i siriani che hanno fatto richiesta sono stati 7.813. Le richieste si sono impennate dopo che il 2 settembre 2013 il Migration board, un organo dipendente dal ministero della giustizia svedese, ha dichiarato che avrebbe accolto tutti i profughi della Siria. Concedendo un permesso di soggiorno a lunga permanenza: "Uno degli scenari possibili è la sconfitta del regime – ha dichiarato ai giornali svedesi Fredrik Beijer, direttore degli affari generali -. Riteniamo che il conflitto possa ancora protrarsi a lungo". E se l'emergenza dura, allora l'inclusione nella società svedese non può essere a scadenza. Fra cinque anni, se lo vorranno, tutti i profughi che hanno deciso di prendere la residenza in Svezia potranno diventare cittadini svedesi.

La Svezia ne ha tutti i vantaggi: il tasso di natalità è di 10,24 nuovi nati ogni mille abitanti. "Gli immigrati sono una risorsa che contribuisce a tenere costante la popolazione", spiega Lara Olivetti, legale membro di Asgi (Associazione studi giuridici dell'immigrazione) e consulente di Save the children in Svezia. Gli unici che vengono rispediti indietro sono quelli a cui le autorità italiane hanno preso le impronte. In questi casi devo chiedere asilo all'Italia. In realtà questi profughi potrebbero arrivare nel Paese scandinavo senza spendere migliaia di euro per poi essere rispediti indietro. In Svezia, infatti, non ci sono limiti alla concessione del permesso di soggiorno per motivi di lavoro. A chi sono state prese le impronte in Italia conviene allora restare nel Belpaese e attendere la concessione dello status di rifugiato e solo dopo andare in Svezia e cercare un lavoro. Otterrà poi il permesso di soggiorno dalle autorità svedesi senza alcun problema. "La Svezia non ha nessun tetto per i permessi di soggiorno né esistono decreti flussi", assicura Olivetti. Purtroppo però i profughi non sanno questa cosa e si mettono nelle mani di trafficanti avidi.

Centralstation è l'approdo alla terra promessa. E' la meta finale di autobus, treni e automobili che trasportano i profughi siriani nella capitale svedese. È dove è arrivato anche Ibrahim, dopo che è partito da Malmo. Il suo treno partiva due ore dopo la nostra intervista (vedi lancio precedente). Quando un profugo arriva a Stoccolma deve recarsi ad una stazione di polizia per cominciare la procedura di asilo. Il richiedente viene trasferito in uno dei centri di accoglienza temporanea nei dintorni di Stoccolma e nel giro di 60 giorni, termine stabilito dalle direttive europee sull'asilo, mai rispettate nel resto del continente, l'ufficio immigrazione valuta la sua richiesta e gli offre un posto dove andare più 1.800 corone svedesi al mese (circa 200 euro al mese), di cui 800 per le spese dell'affitto e le altre per trasporti e cibo. "Il modello svedese prevede un'immediata indipendenza economica, con un primo aiuto anche dello Stato", commenta Olivetti. Finché c'è anche la minima possibilità che il richiedente abbia diritto alla protezione, che dura 3 o 5 anni,

Stoccolma lascia invariati i diritti dei richiedenti. Il sistema d'accoglienza prevede poi la frequenza di corsi di lingua, inglese e svedese, e il trasporto pubblico per i bambini a scuola. Secondo le stime della stampa locale, però, il tasso di domanda respinte si sta alzando notevolmente, fino a picchi di una domanda su due. Il motivo è che sono sempre meno i profughi siriani che sono riusciti ad evitare di lasciare le impronte digitali nel Paese d'arrivo. Come Abbad, da 8 mesi ospite a Solna, una struttura di accoglienza temporanea nei dintorni di Stoccolma. Ha lasciato le impronte in Italia ed è lì che dovrà tornare: "La polizia svedese sta aspettando che quella italiana si prenda carico del mio caso, poi dovrò tornare indietro, in Italia – racconta -. Al momento è difficile capire il futuro: non riesco ad immaginarmi nemmeno cosa accadrà domani".

"A volte è difficile la comunicazione tra forze dell'ordine. È per questo che si creano dei ritardi nei respingimenti e i periodi di accoglienza temporanea si prolungano". Spiega così Rickard Oleske, consulente della Croce rossa svedese le imprecisioni del sistema d'accoglienza di Stoccolma. "Qualcuno vive nascosto dalle autorità nella speranza di provare di nuovo a fare domanda ma è difficile che riesca al secondo tentativo", continua. È questa fetta di respinti che vivono nell'ombra che finisce con l'ingrossare le file dei senza dimora. Un dramma vissuto dai rifugiati anche nel Nord Europa, seppur in modo marginale. Tutti i giorni, dalle 10, si ritrovano alle porte della Chiesa di Santa Clara, nel centro di Stoccolma, a pochi passi dalla Stazione. "Fino a tre anni fa eravamo costretti a far diventare la chiesa un dormitorio – spiega l'assistente del parroco – ma oggi il sistema è stato migliorato e questo tipo di aiuto non è più necessario. C'è solo qualcuno che dovrebbe essere respinto nel primo Paese dove è arrivato e invece preferisce restare qui, seppur irregolarmente". Forse perché in fondo spera che la Svezia riesca a trovare un posto anche per lui. (Lorenzo Bagnoli)

© Copyright Redattore Sociale