10 settembre 2019 ore: 12:56
Disabilità

Tafida, la voce dei genitori: “Chiediamo un diverso approccio clinico”

A Londra via all’udienza sul caso della bambina in stato di minima coscienza: in settimana la decisione della Corte. La famiglia punta sul diritto alla mobilità dentro la Ue e sulla libertà di coscienza e di religione: “Lei non soffre, diamole un’opportunità”
Tafida Raqeed

Tafida Raqeed

Ha preso il via ieri a Londra, davanti all’Alta Corte, l’udienza sul caso di Tafida Raqeeb, la bambina di 5 anni ricoverata dal febbraio scorso al London Royal Hospital in stato di minima coscienza dopo una grave emorragia cerebrale. I sanitari che l’hanno in cura hanno chiesto al Tribunale l’autorizzazione a sospendere quella ventilazione artificiale che costituisce per lei un sostegno vitale. Una eventualità - che condurrebbe Tafida alla morte - contro la quale si sono schierati i genitori, che domandano invece al Tribunale l’autorizzazione a trasferire Tafida all’ospedale Gaslini di Genova, da tempo resosi disponibile ad accoglierla. Una decisione definitiva della Corte è attesa per la fine di questa settimana.

Nel primo giorno di udienza, interamente dedicata all’illustrazione delle richieste della famiglia, l’avvocato Vikram Sachdeva – in rappresentanza della stessa Tafida - ha affermato che non vi è alcuna evidenza scientifica che provi un qualsiasi stato di sofferenza e di dolore e che non è possibile fare previsioni sulla evoluzione della sua condizione e sulla durata della vita della piccola, che potrebbe vivere anche dieci o vent’anni. Sachdeva ha sottolineato che vi sono esempi di pazienti in condizioni simili che in seguito sono stati dimessi con il solo ausilio di ventilazione domiciliare e che quindi è ragionevole dare alla bambina questa opportunità. E’ stato specificato che l’ospedale genovese che si è offerto di prenderla in cura non offre alcun trattamento sperimentale (del quale avrebbero potuto essere valutate le probabilità di successo) ma semplicemente offre un diverso approccio clinico, escludendo il distacco di supporti vitali in assenza di morte cerebrale.

L’avvocato ha fatto riferimento alla normativa europea sulla libera circolazione delle persone e delle merci in Europa, che assicura a ciascuno il diritto di erogare e ricevere servizi in ogni area dell’Unione Europea. Pertanto, laddove il team medico prescelto dalla famiglia si trovi in altro paese comunitario, il rifiuto da parte dell'ospedale di cooperare con il trasferimento andrebbe visto come una interferenza con i diritti di libertà di spostamento e sarebbe dunque (in assenza di ragioni di grave necessità come la tutela della salute pubblica) illegale.

A sua volta l’avvocato David Lock, in rappresentanza dei genitori, ha fatto appello all’art.9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dedicato alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione: i genitori – ha detto – non vogliono imporre la propria etica e i propri valori a nessuno, ma intendono assumersi la propria responsabilità di decisione, naturalmente in accordo e conformemente ai valori morali e religiosi che professano. E l’approccio italiano, rispetto a quello dell’ospedale britannico, è certamente più vicino al loro credo religioso.

L’Alta Corte di Londra ha già affrontato negli anni scorsi, come noto, casi simili: le vicende più conosciute sono quelle di Charlie Gard, Isaiah Haastrup e Alfie Evans, tutte conclusesi con l’autorizzazione al distacco del ventilatore e con la morte – nel giro di qualche ora o di qualche giorno – del bambino. Decisioni assunte ogni volta nel nome del “miglior interesse” del piccolo.

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