22 agosto 2021 ore: 10:00
Disabilità

La storia di Max Park, campione autistico di cubo di Rubik

Era una terapia per potenziare la manualità fine, è diventata una scelta di vita. Dalla California la storia del ragazzo che bruciato tutti i record mondiali di speedcubing, diventando una vera leggenda, a cui Netflix ha dedicato un documentario
Max Park di spalle mentre partecipa a una gara

Max Park di spalle mentre partecipa a una gara

ROMA - Quando nacque Max, i suoi genitori capirono velocemente che in lui c’era qualcosa che non andava. Si rivolsero a un neuropsichiatra infantile e, con la diagnosi, arrivò lo choc che segna il destino di tante famiglie: il piccolo era autistico, i coniugi Park sentivano a rischio il futuro di tutti loro. Mamma e papà non si lasciarono però scoraggiare da quel primo colpo e continuarono a seguire il loro bambino, cercando imperterriti uno spiraglio di comunicazione. Le provarono tutte, compreso l’uso del cubo di Rubik pensato all’inizio come terapia, soprattutto in rapporto alla manualità fine di cui Max sembrava davvero carente. Solo qualche anno dopo avrebbero scoperto che quel rompicapo, utilizzato in un primo momento per migliorare le abilità del proprio bambino, racchiudeva in sé un potenziale insospettato. Che in poco tempo avrebbe portato il giovane Max a bruciare, tappa dopo tappa, tutti i record mondiali, facendone una vera leggenda, per lo meno all’interno del non così piccolo gruppo degli appassionati a livello internazionale. Grazie, infatti, alla sua straordinaria capacità di concentrazione e a quell’interesse esclusivo che molte persone autistiche riescono a esercitare verso l’oggetto delle proprie passioni, nel giro di appena qualche anno Max è diventato campione di speedcubing, lo sport competitivo per risolvere il cubo di Rubik in pochi secondi, assurto ormai a fenomeno mondiale.

A questa comunità e ai suoi protagonisti, a cui il californiano Max Park appartiene a pieno titolo, Netflix ha dedicato un documentario: “The Speed Cubers” della regista sud coreana Kim Sue. In 40 minuti il mediometraggio racconta una storia di rivalità e di amicizia tra la nuova promessa Max Park e l’australiano Feliks Zemdegs, il più grande cuber di tutti i tempi. Il successo di Zemdegs, che ha dominato incontrastato le varie competizioni internazionali per quasi un decennio, è stato messo in discussione da quel ragazzone alto 1.80, detentore a partire dal 2017 di innumerevoli record internazionali. Ogni volta che Max strappava un nuovo record, alla famiglia Park arrivavano immediatamente le congratulazioni di Feliks. E così, tra successi e insuccessi, in un incessante scambio di vittorie e sconfitte, si è consolidata l’amicizia tra i due giovani, che si capiscono reciprocamente proprio in virtù di una passione comune.

Per Max, Felicks è un punto di riferimento di fondamentale importanza, una sorta di fratello maggiore elettivo che sembra indicargli la strada. Per Feliks, Max è il genio indifeso, il cui talento non sarà mai pienamente spiegabile e rimarrà nascosto tra le pieghe della sua neurodiversità. Non è la prima volta che una vicenda individuale ci racconta di come le conseguenze più dure dell’autismo possano essere attenuate e compensate da una passione travolgente, un ambiente che accoglie e non giudica, una relazione significativa in grado di travalicare le difficoltà. E che alcuni ambiti, dove le abilità sociali non risultano così imprescindibili, possano essere particolarmente favorevoli per le persone autistiche, preoccupate più di raggiungere i propri obiettivi che di rispondere alle aspettative del mondo nei loro confronti.

(L’articolo è tratto dal numero di agosto-settembre di SuperAbile INAIL, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità)

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