24 novembre 2017 ore: 10:23
Società

Terremoto, gli educatori chiedono sostegno: "Il sisma non va dimenticato"

“Elaborare il trauma per guarire le ferite” l’appello lanciato alle istituzioni affinché non si abbassi la guardia ad un anno dai crolli. Federica Di Luca: “C’è bisogno di monitorare i progetti avviati ed estenderli a tutte le realtà. I nostri bambini presentano nuove complessita”
Terremoto Amatrice. Banchi con calcinacci

SAN GINESIO (MC) - “Sembra che l’evento ‘terremoto’ sia oramai passato e che vada al più presto dimenticato, relegato nell’oblio, invece, noi crediamo che vada ancora ascoltato, accolto e rielaborato nelle memorie e nei vissuti quotidiani. Questo è un diritto, un bisogno, un appello da condividere”. Una rete per l’infanzia, con un tavolo di coordinamento prevalentemente per la fascia di bambini da zero a 6 anni ma attiva anche per ragazzi e adolescenti, per monitorare la condizione post sisma soprattutto nel mondo della scuola, conoscere quali processi sono stati attivati e quanto il bisogno di intervento, dopo il trauma subìto, a distanza di un anno sia ancora in cima alle priorità. E’ quella attivata nell’alto maceratese e che ora, a distanza di un anno dalle scosse che hanno stravolto intere comunità dell’Appennino centrale, lancia un appello alle istituzioni affinché i ricordi legati al terremoto non siano accantonati ma sviscerati il più profondamente possibile “per evitare che i traumi continuino a lavorare dentro”.
“Dal monitoraggio svolto sul territorio – spiega Valentina Di Luca, educatrice e responsabile dell’agrinido di San Ginesio (la scuola per l’infanzia che da gennaio scorso, in seguito alle scosse, ha trasferito la sua sede in una grande tenda yurta) - abbiamo registrato una carenza di esperienze portate avanti sia nella formazione degli insegnanti, che come supporto alle famiglie, che a sostegno dei processi riparativi nei bambini. Ora resta da capire se i progetti ci sono stati ma non sono stati diffusi, oppure se, come purtroppo sembra da quanto riferiscono insegnanti e genitori, le esperienze che hanno lavorato sul sisma sono state episodiche, hanno interessato poche realtà e, soprattutto, sono state limitate nel tempo e relegate all’immediato post terremoto”.

A preoccupare gli educatori è la tendenza “a mettere un po’ a tacere l’esperienza del terremoto con tutto quello che ne consegue: la dimensione del dolore, dell’attesa, della confusione, dello spaesamento, come della poca chiarezza sui tempi della ricostruzione o delle promesse disattese. Si vorrebbe dimenticare ed andare oltre. Ma sappiamo che questo processo, se da una parte può apparire risanante, in realtà nasconde parecchie insidie, legate all’oblio della ferita, a tutti i livelli”.

“I colleghi – sottolinea Federica Di Luca - registrano una grande sofferenza nella conduzione delle classi, nel sostegno emotivo individuale come insegnanti che devono a loro volta sostenere altri, e dalle stesse famiglie che continuano a distanza di un anno a portare, sia da scuola a casa che da casa a scuola, bisogni del tutto inascoltati. I nostri bambini, seppur supportati fin dall’inizio in tanti aspetti del processo riparativo, oggi presentano nuove complessità da ricondurre all’esperienza del terremoto. Sono diverse dalle manifestazioni iniziali ma comunque evidenti e più profonde. E richiedono interventi. Parlo di manifestazioni fisiologiche come la difficoltà ad andare in bagno, il recupero del ritmo fisiologico della giornata, nervosismi, rabbie che emergono, l’esigenza di tornare a dormire con i propri genitori nel lettore. Sostanzialmente significa che non è tutto cancellato, perché non si cancella nulla: restano sempre tracce e residui che, se non sviscerati, creano problemi”.

Questo è il momento più difficile, sostengono gli educatori, e non solo per le comunità: si è completata l’onda straordinaria di aiuti e vicinanze ma i problemi restano. Soprattutto per alcune fasce di età. “A nostro avviso – prosegue l’educatrice - non è stato adeguatamente messo in luce che i ragazzi preadolescenti e adolescenti si sono trovati con l’eliminazione totale degli spazi di aggregazione, interni ed esterni come vie, piazze, parchi. Mi chiedo dove siano finiti tutti questi ragazzi nell’attenzione di coloro che devono occuparsene. In alcune scuole è stato aperto uno sportello con lo psicologo, mentre in classe è ripreso il classico programma di studio. Ma quale adolescente in difficoltà, va, di propria iniziativa, allo sportello dello psicologo all’interno della scuola? Questo significa che tutti i vissuti dei ragazzi sono ancora lì e, per chi non ha attivato propri processi di riparazione, continuano a lavorare dentro”.

L’appello è a tenere alta l’attenzione sulle ferite “perché è proprio dalla ferita che nasce la cura, intesa come riparazione. E l’esperienza di riparazione nasce solo a partire dalla legittimazione del trauma. Che tradotto in termini di progetti – conclude Federica di Luca – in questo momento significa fare una mappatura delle esperienze che scuola e comunità hanno messo in campo per portare alla luce i processi generati dal sisma e quelli attivati a sostegno della riparazione: sia per conoscere l’entità del fenomeno, che per far circolare le buone pratiche affinché gli interventi siano distribuiti in modo capillare su tutte le realtà”. (Teresa Valiani)

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