28 luglio 2016 ore: 15:27
Giustizia

Terrorismo, 39 i detenuti radicalizzati. “Serve cartella sanitaria digitalizzata”

Osservazione, monitoraggio, ma anche comprensione di usi e abitudini delle diverse religioni. Sono questi gli strumenti messi in campo dall'Amministrazione penitenziaria contro il rischio radicalizzazione nelle carceri italiane. Consolo: “Abbiamo almeno 400 unità dislocate nei nostri 200 istituti. Pesano i tagli”
Carcere: detenuto di spalle

ROMA – Sono 39 i detenuti "radicalizzati" in alta sicurezza per rischio terrorismo presenti negli istituti di pena italiani, ma per l’amministrazione penitenziaria “non bisogna lasciarsi prendere dall’insicurezza e dalla paura”: il rischio radicalizzazione si combatte non solo con la prevenzione, ma anche con la conoscenza e l’accompagnamento delle persone detenute. E’ quanto afferma il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, intervenuto in tarda mattinata alla presentazione del prerapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia alla Camera dei deputati. “Per prevenire il rischio di radicalizzazione le misure sono tante – ha detto Consolo a margine della conferenza stampa -. La prima è sicuramente l’osservazione e la comprensione dei comportamenti delle persone detenute, ma quello su cui noi principalmente puntiamo è l’elemento trattamentale, cioè cercare di mettere a proprio agio il detenuto in tutte quelle che sono le condizioni di vita detentiva, per esempio assecondarlo nelle sue abitudini alimentari, rispettare i suoi riti, cercare di agevolare i luoghi di culto, garantendo la libertà di religione. Se una persona si trova a suo agio non avrà la reattività che poi lo porta ad essere aggressivo sia all’interno dell’istituto che in libertà”.

Dello stesso parere Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. “In questo momento abbiamo un numero di persone segnalato dal ministero della Giustizia di persone che hanno una sorta di tendenza alla radicalizzazione che è ancora basso – ha affermato al termine della conferenza stampa -. La radicalizzazione parte da processi di vittimizzazione. Noi dobbiamo costruire un sistema legale che risponde ai diritti e assicuri piena libertà religiosa. Ci sono più di 6 mila detenuti che professano la fede islamica, dobbiamo assicurare loro l’esercizio della loro fede anche all’interno del sistema carcerario. Non dare così argomenti per potersi poi sentire ragionevolmente arrabbiati. Il pericolo di radicalizzazione c’è come c’è in tutti i luoghi della vita sociale e dove c’è il degrado e il disagio”.

Non mancano, intanto, gli strumenti di monitoraggio da parte delle forze dell’ordine all’interno degli istituti di pena. “Abbiamo un nucleo investigativo centrale che lavora molto bene – ha assicurato Consolo - e abbiamo almeno 400 unità dislocate nei nostri 200 istituti che affrontano il rischio radicalizzazione”. Tuttavia, i tagli non agevolano il lavoro necessario per far fronte a questa nuova sfida. “Nella normalità noi svolgiamo il nostro lavoro con enormi rischi e sacrifici – spiega Consolo -. Abbiamo avuto enormi tagli all’organico e non abbiamo fruito come tutte le altre forze di polizia di una anticipazione di assunzioni com’era doveroso, viste le nuove emergenze che dobbiamo affrontare”. Nonostante le difficoltà, il coordinamento delle forze dell’ordine contro il terrorismo secondo Consolo è consolidato. Si tratta di un “meccanismo preventivo sperimentato da tempo che non hanno altri paesi e che pone in collaborazione il ministero della Giustizia con quello degli Interni, le altre forze di polizia e i servizi di sicurezza. Mi riferisco al Comitato analisi strategica antiterrorismo che già da tempo funziona molto bene nel raccordare tutte le informazioni che riversiamo tempestivamente a tutte le altre forze di polizia”.

Per Consolo, però, è necessario intervenire anche su un altro fronte e potenziare lo scambio di informazioni per quanto riguarda le cartelle sanitarie. “Ritengo sia importante avere una cartella sanitaria digitalizzata di tutte le persone detenute e la possibilità di dialogare tra tutti gli istituti sia al primo ingresso della persona detenuta, sia in occasione dei trasferimenti – ha aggiunto Consolo -. Questo perché quello che si nota in queste vicende è che molto spesso alla base vi è una disabilità di tipo psichiatrico e tutto questo si accompagna con l’uso di psicofarmaci. Avere una più approfondita conoscenza di questi elementi in termini di prevenzione è molto utile. Bisogna chiedere a tutte le regioni e le Asl che finalmente collaborino con il servizio sanitario nazionale affinché si abbia una cartella unica digitalizzata. Tutto questo non lo si ha ancora perché non vi è un coordinamento tra tutte le Asl e tra tutte le regioni d’Italia”. (ga)

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