16 luglio 2015 ore: 12:12
Disabilità

Tornare a vivere dopo un incidente, grazie all'amore per le api

Ritrovare l’ottimismo grazie alla passione per l’apicoltura è possibile. Lo dimostrano le storie di Alfio, Beniamino ed Emanuele. Che hanno frequentato un corso organizzato dall’Inail di Grosseto nel 2004. E da quel momento hanno cambiato vita
Stefano Dal Pozzolo Api Grosseto 1 (SOLO SUPERABILE)

Foto: Stefano Dal Pozzolo

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Api Grosseto 2 (SOLO SUPERABILE)

GROSSETO – Da quando ha scoperto la passione per le arnie e gli alveari, il “Signore delle api” non lo ferma più nessuno. Per Alfio Pappalardo, classe 1958, l’incidente sul lavoro che 30 anni fa gli ha portato via la gamba e il padiglione auricolare sinistro, coprendogli il corpo e il volto di ustioni, è solo un ricordo lontano. Scalzato da quell’energia vitale che lo ha sempre portato a guardare avanti e, negli ultimi dieci anni, dall’amore per le api che gli riempie ogni momento della giornata, dal mattino fino alla sera. Sguardo mobile e sembianze da elfo, Alfio nasce a Catania, trascorre il periodo a cavallo tra l’infanzia e la giovinezza a Roma e oggi vive, insieme alla moglie Emanuela, a Petricci, una frazione di Semproniano, sul Monte Amiata (Grosseto). Dove si dedica a tempo pieno alle sue 75 arnie, divise in sei distinte postazioni sparse qua e là per la montagna. Ed è proprio a partire dalla fine che lui ama raccontare la sua storia, sorvolando rapido sulla giovinezza “scapestrata”, sull’infortunio stradale a bordo del camion e sul carico di catrame bollente che gli si è rovesciato addosso quel 17 settembre del 1985. Passa a volo d’uccello sulle cure che lo hanno portato fino in Brasile e sulle 250 anestesie totali che racconta di aver subito per ricostruire il suo corpo e la sua vita e arriva, finalmente, lì dove la sua mente rapida trova una volta per tutte la pace. Questa è una delle storie raccontate da SuperAbile Inail, il mensile dell’Istituto per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, che in occasione dell'Expo dedica un supplemento di 68 pagine a molte tra le più interessanti esperienze italiane nel campo dell’agricoltura e della ristorazione sociale.

Foto: Stefano Dal Pozzolo
Api Grosseto 1 (SOLO SUPERABILE)

“Amo le api: mi danno calma, quiete e grande soddisfazione – dice –. Sono sempre al primo posto nei miei pensieri. Produco miele di diverse varietà: millefiori, trifoglio, marruca, acacia, castagno. Pratico anche il nomadismo, e a volte porto le api nei castagneti di Arcidosso”. Una produzione che si può acquistare attraverso il sito Internet appositamente dedicato e, soprattutto, nei tanti mercatini della zona che Alfio frequenta con il suo banchetto: nelle piccole fiere di Arcidosso, Le Macchie, Santa Fiora, Manciano, Semproniano non è difficile incontrare il “Signore delle api”, come lo conoscono ormai da queste parti. “È stata una bambina di quattro anni a scegliere questo nome per me – racconta –. Mi chiamava sempre in questo modo, fino a che quell’appellativo è diventato un’etichetta: ora voglio registrare il marchio”.

Alfio è uno degli otto infortunati che nel 2004 hanno frequentato il corso di apicoltura organizzato dalla Sede Inail di Grosseto, in collaborazione con l’Anmil, l’Associazione nazionale degli invalidi sul lavoro. “L’iniziativa è nata all’interno del progetto Aristotele, promosso nell’ambito della sperimentazione dell’articolo 24 del decreto legislativo 38/2000, che prevedeva la possibilità per l’Istituto di intervenire sulla formazione e il reinserimento lavorativo degli infortunati”, spiega l’assistente sociale Filomena Tulipano, che ha seguito il progetto fin dal primo momento. Accompagnando, passo dopo passo, gli assistiti che hanno scelto di trasformare un’occasione di formazione professionale in una vera e propria scelta di vita. “Ho sempre creduto nell’importanza dell’agricoltura sociale – prosegue –. Recuperare il contatto con i cicli produttivi e gli elementi della natura può essere di grande aiuto dopo un infortunio. Un beneficio che il moltiplicarsi dei momenti di socialità rende ancora più grande: dopo il corso sono nate tante iniziative di svago e grandi amicizie”.

Dal campo di Alfio, a oltre 700 metri di altitudine, quando il tempo è bello si vede l’Argentario. Proprio di fronte, il Roccone dell’Albegna cattura l’occhio nella sua corsa verso l’orizzonte. Qui Alfio accudisce le api, aiutato dall’amico Udio. Insieme raccolgono il miele e controllano i melari dove le api “operaie” costruiscono i favi, le celle esagonali di cera che servono a contenere le larve di covata e a immagazzinare miele e polline. Ma soprattutto non si stancano mai di osservare la vita di questi straordinari insetti: come la popolazione delle colonie varia da stagione a stagione, con quanta sollecitudine le api “costruttrici” ampliano i favi e le “nutrici” si prendono cura della regina. E i viaggi delle “bottinatrici”, che si allontanano dall’alveare per fare scorta di nettare e polline e poi segnalano alle compagne la posizione del bottino, con una danza in grado di indicare la strada e la qualità del cibo trovato.

Anche Beniamino Neri è rimasto incantato da questo mondo misterioso. Ha solo 34 anni, ma la sua vicenda personale è un incrocio di tante storie diverse. A partire dalla sua infanzia “straordinaria” in quel di Nomadelfia, una comunità ispirata al cristianesimo delle origini dove non esiste la proprietà privata e non circola il denaro. Fondata nel 1948 da don Zeno Saltini occupando l’ex campo di concentramento di Fossoli (Modena), dopo alterne vicende, oggi la comunità è situata nel territorio del comune di Grosseto. Il padre di Beniamino è uno dei tanti “trovatelli” del dopoguerra che il prete di Carpi accoglie a Nomadelfia, strappandolo alla vita in orfanotrofio. E Beniamino cresce insieme ai suoi dodici fratelli in comunità, dove frequenta l’intero corso scolastico fino al diploma di tecnico agrario.

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Api Grosseto 3 (SOLO SUPERABILE)

A 16 anni perde il braccio destro al terzo medio, durante la pigiatura dell’uva, dopo la vendemmia. “Sono stato uno stupido – dice –. Erano le dodici e mezzo di sabato e avevo fretta. Mi aspettava la partita di calcio con la squadra di Nomadelfia, volevo sbrigarmi. Così mi sono distratto”. Quella distrazione gli costa cara, ma Beniamino è un duro e non si lascia piegare dall’angoscia. D’altra parte è tutt’altro che solo. Nei giorni che seguono, in ospedale, ogni pomeriggio lo vengono a trovare una ventina di persone. Lo prendono in giro, scherzano, cercano in tutti i modi di dimostrargli che può contare sul loro sostegno. Lui non si abbatte o, almeno, non lo dà a vedere. “Il giorno dopo l’infortunio, mi sono fatto dare subito un quadernone e ho provato a scrivere con la sinistra”. Ma tre anni dopo fa la sua scelta: lascia la comunità e raggiunge sua sorella a Modena. “Sono sempre stato un ribelle – spiega –. Vivere a Nomadelfia è bellissimo, ma non l’ho scelto: l’ho subito per il solo fatto di esserci nato. Le cose ti devono mancare per comprendere quanto sono importanti”. E lui ci ha messo tanto tempo a capire cosa significasse essere un “nomadelfo”, perché da Modena si è spostato a Grosseto e ora, dopo 15 anni, si prepara a tornare a vivere in comunità con una nuova consapevolezza.

Forse c’è anche lo zampino delle api in questa storia. Dopo il corso organizzato dall’Inail, oltre dieci anni fa, ha portato le arnie proprio qui, nei campi intorno al nucleo abitato di Nomadelfia, dove le 50 famiglie della comunità si dedicano all’agricoltura, seguendo i metodi della coltivazione naturale. “Avevamo già le api – racconta –. Le seguiva uno dei miei fratelli. Ho cominciato così, aiutando lui. Poi ho approfondito le mie conoscenze sull’apicoltura grazie al corso, al termine del quale mi hanno dato quattro arnie. Ho avuto la fortuna di riuscire a trovare qualcosa che mi piace davvero. E oggi posso dire di essere una persona assolutamente felice”. Ritrovare il proprio posto nel mondo non è poco. Beniamino c’è riuscito lavorando su se stesso e recuperando il contatto con la natura. “Le api mi hanno dato tanto, io cerco di ridargli indietro qualcosa – riflette –. Perché l’ape allo stato naturale non esiste più. Io non guardo alla produzione, ma all’animale. Lascio fare loro quello che vogliono, sperando che ritrovino la vita in natura. Non impedisco neppure la sciamatura”.

Foto: Stefano Dal Pozzolo
Api Grosseto 4 (SOLO SUPERABILE)

La sciamatura è la formazione di una nuova colonia, guidata da una vecchia ape regina e un gruppo di operaie. Se non indirizzato dall’uomo, lo sciame cerca il cavo di un albero o un altro luogo protetto, come faceva nella notte dei tempi. Per un apicoltore vuol dire perdere le proprie api, ma a Beniamino interessa in primo luogo cercare di ristabilire l’equilibrio della natura. Non è d’accordo con lui il suo amico e collega apicoltore Alideo Miatto, che tutti chiamano Emanuele. Cinquantotto anni, originario di Orbetello, Emanuele vive ad Albinia con la moglie Annalisa, dopo che il figlio Tommaso ha lasciato la casa dei genitori per frequentare l’università a Firenze. È paraplegico per via di un infortunio stradale avvenuto 28 anni fa.

“Facevo il coltivatore diretto, avevo delle serre di meloni e cocomeri. Stavo andando a comprare gli anticrittogamici per disseccare le erbe infestanti. A una svolta un camion mi è venuto addosso”. Ha un bambino di 18 mesi quando lo portano all’ospedale di Siena in rianimazione. Trauma cranico, sette costole e tre vertebre rotte, perde anche sangue dai polmoni: lo danno per spacciato. Fortunatamente nove mesi dopo è all’Unità spinale di Firenze e, passati altri sette mesi, di nuovo a casa. Nel 2002 frequenta un corso di informatica di 400 ore, organizzato sempre dall’Inail di Grosseto.

“Le lezioni sono durate un anno e mezzo – ricorda –. Quando è finito il corso ero stremato. Così quando un amico mi ha proposto di seguire il corso di apicoltore, ho detto di no”. Alla fine si lascia convincere a fare una sola lezione. Poi va anche alla seconda e, piano piano, a tutte le altre. Quando passano dalla teoria alla pratica, Emanuele è ancora reticente. “All’inizio ci hanno dato la maschera, i guanti e i nastri per non far penetrare le api attraverso le gambe dei pantaloni. Ma in dieci giorni ci siamo spogliati di tutto e, quando ho preso finalmente in mano un telaino di covata, mi sono emozionato così tanto da capire che quella era la mia strada”.

Terminato il corso, Emanuele torna a casa con due sciami. Fa sistemare il piccolo appezzamento di terra che lui e sua moglie possiedono ad Albinia e colloca le arnie a pochi centimetri dal suolo, in modo da poterle facilmente raggiungere dalla sedia a ruote. Oggi gli sciami sono una cinquantina, produce molte varietà di miele e vende i suoi prodotti anche all’interno delle manifestazioni eno-gastronomiche della zona. Ma il commercio è solo l’ultimo dei suoi pensieri. Al primo posto ci sono la cura delle api e la condivisione con gli altri di questo enorme amore. Innanzitutto con sua moglie, il suo braccio destro Mario e il suo amico Beniamino, ma anche con gli studenti delle scuole e con tutti coloro che vogliono avvicinarsi a questo affascinante mondo.

Se un tempo usava lo scafandro per proteggersi dalle punture, oggi Emanuele adopera a malapena un grembiule sottile. Come gli altri è convinto che, se trattato bene, lo sciame non darà segni di aggressività. Lui accudisce le api, loro sembrano comportarsi in maniera amichevole. Proseguono, noncuranti della presenza umana, le loro danze operose. Perpetuano i riti che hanno eseguito nel corso dei millenni. Cercando di sopravvivere, con l’aiuto dell’uomo, in quell’ambiente che l’uomo stesso, con la sua opera, ha reso inospitale per le api. (Antonella Patete/foto Stefano Dal Pozzolo) 

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