Tunisini scomparsi: accertato l’arrivo in Italia solo per 14 di loro
Dove sono i tunisini scomparsi? Secondo le associazioni che, per prime, hanno portato la notizia alla ribalta della cronaca, molti potrebbero essere morti nella traversata, altri potrebbero vivi. E non essere più in territorio italiano. Oppure rinchiusi in un Cie. Alcuni sono stati visti dai propri familiari nei servizi girati nei mesi scorsi a Lampedusa. Qualcuno ha anche girato l’Italia per cercarli, ma senza ottenere risposte. “Delle 14 persone di cui risulta l’arrivo in Italia grazie ai cartellini fotodattiloscopici inviati dall’Ambasciata tunisina in Italia, 5 sono effettivamente transitati nel nostro Paese dopo la crisi politica nordafricana – si legge nella risposta del sottosegretario Ruperto – Per gli altri 9 invece gli approfondimenti hanno consentito di accertare che il loro passaggio in Italia risaliva a epoca assai precedente alla presunta partenza dalla Tunisia”. Secondo il governo, “le ricerche non possono essere efficaci in quanto le liste [di tunisini scomparsi] risultavano incomplete dato che le generalità erano spesso prive della data di nascita. Inoltre, i tunisini giunti via mare sono privi di documenti identificativi e, presumibilmente, declinano generalità non veritiere, con le quali vengono censiti”. L’Italia ha, infatti, concesso protezione solo ai tunisini sbarcati prima del 5 aprile 2011. Quelli arrivato dopo rischiano il rimpatrio. Ecco perché i deputati Turco e Bressa nell’interrogazione scrivevano che “il quadro potrebbe indurre a ritenere valida l’ipotesi che i tunisini spariti siano trattenuti in alcuni Cie in Italia ma, dal momento che potrebbero aver fornito generalità fittizie per paura di essere identificati come tunisini e rimpatriati rintracciarli è diventata un’impresa davvero ardua”.
La mobilitazione continua. In questo momento, una delegazione delle associazioni che partecipano alla campagna (tra cui Pontes e Venticinque novembre) è in Tunisia per incontrare le madri dei tunisini dispersi e capire in che modo portarla avanti. “Vogliamo sottoporre il caso anche all’Unione Europea – conclude Mejri – per capire che cos’è accaduto nel Mediterraneo in quel periodo e non ci fermeremo a risposte parziali”. (lp)