30 marzo 2017 ore: 17:33
Immigrazione

Un hotspot a Palermo? Le associazioni dicono "no" e convocano un’assemblea

Prevista per sabato un’assemblea cittadina al centro Santa Chiara. La struttura dovrebbe sorgere su un terreno non edificato di 2.800 metri quadrati, ex proprietà della famiglia mafiosa dei Graviano. Al momento in Sicilia sono presenti 3 hotspot
Hot spot di Pozzallo. Piedi

PALERMO - Le associazioni cittadine, da anni impegnate a vario livello sul tema dell'immigrazione, manifestano tutta la loro contrarietà all'ipotesi di aprire un hotspot a Palermo. Invitano pertanto tutta la cittadinanza a partecipare ad una assemblea pubblica prevista sabato 1 aprile, alle ore 17 presso il centro salesiano di Santa Chiara. Tra i primi firmatari delle adesioni ci sono A-dif, Arci Palermo, Borderline Sicilia, Centro Salesiano Santa Chiara, CISS, Democrazia e Lavoro CGIL Sicilia, Forum Antirazzista Palermo, Isati Junco#PoterePopolare, Laici e laiche comboniani/e, missionari comboniani Palermo, Osservatorio Noureddine Adnane, Palermosenzafrontiere, Mariarosa Ragonese, Tania Macaluso, Silvia Timoneri, La Migration , ROMpiamo i pregiudizi, ecc….

La struttura dovrebbe sorgere su un terreno non edificato di 2.800 metri quadrati, ex proprietà della famiglia mafiosa dei Graviano, situato in viale Regione Siciliana, nei pressi di via Oreto. In quest'area il ministero dell’Interno e la Protezione civile dovrebbero realizzare un “hotspot leggero” composto “solamente” da alcuni prefabbricati. Al momento in Sicilia sono presenti 3 hotspot e una nuova struttura dovrebbe essere allestita nella caserma Gasparro a Messina. La struttura, come annunciato da Gerarda Pantalone, capo del dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno, dovrebbe “ospitare” insieme migranti adulti e minori stranieri non accompagnati appena sbarcati e in attesa di essere smistati nei centri di seconda accoglienza.
Il Comune in un suo comunicato ufficiale ha ribadito di aver sempre rigettato la prassi e la logica degli hotspot, che non riconosce come modello di accoglienza perché producono degenerazioni ben note, come privazione delle libertà individuali e mortificazione delle persone. Sulla stessa lunghezza d'onda la prefetta di Palermo Antonella De Miro, che ha spiegato che non di una vera struttura si tratterà ma di prefabbricati, a disposizione del sistema di prima accoglienza soltanto per garantire la rapidità delle procedure di identificazione e la partenza per le altre destinazioni, come si fa adesso in questura.

"Come ampiamente documentato, negli hotspot di Lampedusa e Pozzallo, le organizzazioni non governative hanno più volte denunciato le gravissime condizioni in cui vivono i migranti - si legge in una nota degli organizzatori della manifestazione - la lunghezza dei tempi di attesa, la prolungata presenza di minori non accompagnati. Si tratta di luoghi in cui non sono affatto garantiti i diritti di informazione individuale, si tratta di luoghi in cui si travalicano norme e regole, in nome della retorica dell'emergenza e della sicurezza, luoghi dove si registra il più alto numero di respingimenti, per lo più formulati in base alla folle distinzione tra 'migranti economici' e 'richiedenti asilo', formulata nel corso di una prima e quasi sempre errata prima identificazione".

"C'è il rischio assai elevato - spiega anche il giurista, esperto in diritti umani, Fulvio Vassallo Paleologo - che diventi un luogo di trattenimento e non una struttura di transito veloce in vista di una successiva accoglienza nei centri. L'approccio hotspot, previsto dall'Unione europea senza una base legale certa, non prevede soltanto centri chiusi ma anche modalità di prima identificazione e selezione dei migranti che, per le modalità con le quali si svolgono, possono impedire contatti con organizzazioni non governative, riconoscimento dei diritti fondamentali, esercizio effettivo dei diritti di difesa. Essendo affidato alla discrezionalità della polizia l'approccio hotspot assume aspetti molto diversi da luogo a luogo. Sarà difficile ripetere quello che succede a Pozzallo e Lampedusa per le diverse condizioni fisiche dei luoghi diverse da Palermo ma il rischio è comunque che si possa avere un ulteriore contenitore umano della disperazione che non tutela i diritti fondamentali del migrante".

"In realtà - incalzano le associazioni -, l’hotspot non è un 'luogo', ma un metodo di lavoro, con cui le forze di polizia, il personale sanitario e le organizzazioni internazionali e non governative devono gestire i migranti in ingresso. Anche per fronteggiare l'emergenza sbarchi, questa struttura non avrebbe ragion d'essere. Ammesso che di emergenza si parli (dal momento che ogni arrivo è largamente previsto, per cui basterebbero semplici operazioni come implementare il personale disponibile in questura e organizzare in modo più opportuno la permanenza in banchina), anche in questo senso una struttura capace di ospitare 150 persone non risolverebbe il problema posto dagli sbarchi che sono stati molto numerosi e non così tanto frequenti da giustificare a Palermo l'apertura di un (non-)luogo specifico". (set)

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