15 novembre 2011 ore: 17:02
Società

Un libro e un’associazione per aiutare chi ritorna in Ucraina

In “Sotto i portici” Oksana Pronyuk racconta la vita delle donne ucraine a Bologna, per spiegare ai propri connazionali com’è la vita degli emigrati. “Il ritorno è il momento più difficile, bisogna ricostruire un rapporto con i propri familiari”
Ivano-Frankivsk – “Le donne ucraine in Italia non solo lavorano, ma vanno in chiesa, cantano, partecipano ai concerti, ricamano, scrivono poesie. Questa è una grande impresa: queste donne non cedono alla paura e alla depressione ma hanno una grande autodisciplina. Sono istruite e intelligenti”. Per raccontare la loro particolare condizione, Oksana Pronyuk, lei stessa emigrata a Bologna dal 2003 al 2006, ha pubblicato un libro-manuale che mette in luce vari aspetti della vita degli emigrati ucraini in Italia. Il libro si chiama “Sotto i portici” ed è stato pubblicato in Ucraina nel 2009. Anche se l’emigrazione ucraina in Italia esiste già da quasi 20 anni, il volume della Pronyuk è una delle prime pubblicazioni sul tema. Nelle sue pagine sono descritti i motivi dell’arrivo, i tipi di lavoro, il tempo libero, il ruolo della chiesa e della religione, il rapporto con i figli e i familiari lasciati e anche il difficile processo di adattamento al ritorno.
 
Per Oksana, come per molti altri, tornare in Ucraina non è stato facile. I suoi due figli erano cresciuti, ec’è voluto parecchio tempo per ricostruire un rapporto. “Osservavo com’erano cambiati, aspettavo che tornassero a casa e semplicemente li guardavo e li ascoltavo. Era come se dovessi conoscerli di nuovo.” Anche il proprio ruolo a casa era da re-imparare. “Mentre ero via, facevano tutto i miei figli e mio marito. Ora ognuno doveva ritrovare il proprio posto e il proprio compito. Meno male che lo capivamo tutti”. Allo stesso tempo Oksana sentiva la mancanza della “seconda famiglia” in Italia: “Ero sempre al telefono con l’Italia e questo la mia famiglia non lo capiva. Ma se qualcuno ti ha aiutato quando eri nei guai, è invitabile sentirsi molto vicini. Mantengo ancora i contatti con tutti, anche con gli amici italiani, alcuni sono anche venuti a trovarmi qui”.
 
Insieme a un gruppo di persone tornate in Ucraina, Oksana ha creato inoltre l’associazione Pietà, che aiuta a reintegrarsi e dà un sostegno psicologico e spirituale a chi torna dall’emigrazione. L’associzione ha anche organizzato una mostra itinerante sulla vita degli emigrati, oltre a dibattiti e incontri con i loro parenti. “Vogliamo aiutare le persone che dopo il ritorno non vengono comprese dai loro familiari”, spiega Oksana. “Parliamo con loro. Ognuno racconta la sua storia e non deve vergognarsi perché tutti condividono esperienze simili, a volte traumatiche. Andiamo nelle scuole per spiegare ai figli cosa fanno le loro mamme, perché spesso non lo sanno”.

Molti, però, al ritorno in Ucraina non riescono a reintegrarsi e decidono di partire di nuovo. “Se avessi avuto i documenti, l’avrei fatto anche io” dice Olga Shklyar, una delle fondatrici dell’associazione Pietà. “Molti, non riuscendo a risolvere i problemi con i figli, scappano, perché è più facile mandare i soldi o scambiare qualche parola al telefono che guardarsi negli occhi. Mi fanno pena quelli che stanno via 7-10 anni. Non so in che condizioni torneranno. Spero che trovino qualcuno che gli darà il sostegno che ho avuto io”, aggiunge Olga. “Il ritorno dall’immigrazione deve cominciare in Italia”, è convinto Igor Lazaryshyh, giornalista ed ex-emigrante. Mentre lavorava a Bologna come badante, collaborava con vari giornali in Ucraina e al ritorno uno lo ha assunto. “Ero l’unico giornalista ucraino a Bologna. Scrivevo delle elezioni, della ‘rivoluzione arancione’ nella comunità ucraina in Italia. Ero al centro degli eventi e questo mi confortava”. Secondo Igor, il ritorno “fisico” non basta, ma quello psicologico aviene solo dopo alcuni anni. (ilona nuksevica)
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