13 ottobre 2015 ore: 16:29
Immigrazione

Un migrante su due non conosce i rischi del viaggio verso l'Europa

Il rapporto VIS e Missioni Don Bosco analizza le cause dell'ondata migratoria dall'Africa sub-sahariana. Il 90% dei giovani senegalesi è pronto a partire, quasi tutti per trovare lavoro; solo un ghanese su cinque fugge per motivi politici, quasi metà dei giovani della Costa d'Avorio (47%) intende studiare all'estero
Stoptratta.org - campagna
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ROMA - L'80% dei ghanesi che ha intenzione di emigrare verso l'Europa non è a conoscenza dei rischi che corre, non ha idea dei pericoli del deserto, non sa nuotare, non sa che potrebbe morire. Lo stesso vale per la metà dei senegalesi intervistati, mentre gli ivoriani sembrano essere più informati: oltre il 70% conosce i rischi (per il 63% la morte, ma anche il rimpatrio). Facendo una media, si può dire che metà degli intervistati ignora i rischi di morire, essere incarcerato o rimpatriato.

I dati, che sono stati raccolti da un campione di circa 500 potenziali migranti per ciascuno dei tre paesi, emergono dal 1° Rapporto elaborato da VIS e Missioni Don Bosco sulle migrazioni dall'Africa Sub-Sahariana, con focus su Ghana, Senegal e Costa d'Avorio, illustrato contestualmente alla campagna “Stop-Tratta – Qui si tratta di essere/i umani”, rivolta a 5 Paesi di origine e transito dell’Africa Sub-Sahariana (Ghana, Senegal, Nigeria, Costa d’Avorio ed Etiopia). L'obiettivo è conoscere meglio le cause delle migrazioni, informare sui rischi e realizzare iniziative tarate sulle esigenze specifiche di ogni paese. “La ricerca è nata dalla segnalazione dei salesiani in Etiopia, che rilevavano come moltissimi giovani siano ingannati sulle modalità di viaggio, sui rischi e sui costi reali – spiega Nico Lotta, presidente del VIS -, e ci chiedevano una mano a raccontare la verità. Questi dati non hanno valore statistico, ma rappresentano un campione importante, vista la forte carenza di statistiche dei paesi e dell'Onu su questo tema”.

La maggior parte di queste persone migrano per motivi economici, sradicandosi dai propri paesi di origine – commenta Giampietro Pettenon, presidente di Missioni Don Bosco -, vogliamo quindi aiutarli a evitare questo sradicamento, dando loro innanzitutto un'informazione precisa e completa sulle condizioni di viaggio, campagna da realizzare in tempi brevi e a lungo termine, fra i 3 e gli 8 anni, supportare lo sviluppo di imprese economiche e startup nei paesi di origine, a seconda del tessuto sociale presente e sulla linea della nostra presenza trentennale in Africa”. Le campagne di sensibilizzazione in loco saranno quindi realizzate tramite i canali di comunicazione più utilizzati, con messaggi sui social network e nelle radio, con eventi, gadget e banner su Internet, usando le diverse lingue locali. “L'Africa ha il primato per l'uso dei telefonini – continua Lotta -, si hanno notizie da ogni parte del mondo, ma chi è arrivato non racconta le peripezie passate, mentre abbondano le offerte 'tutto compreso' dei trafficanti”.

Oltre il 90% dei giovani senegalesi si dichiara pronti a partire, soprattutto chi ha già parenti in Europa, così come il 78% dei giovani ivoriani. La maggior parte (60%) emigra per motivi economici, di studio e lavoro: solo un ghanese su cinque fugge per motivi politici, quasi metà dei giovani della Costa d'Avorio (47%) intende studiare all'estero, come il 22% dei senegalesi, il cui obiettivo è mantenere la famiglia di origine e ottenere condizioni di vita migliori.

“Abbiamo realizzato questo studio pilota per capire le ragioni della migrazione ed intervenire meglio – spiegano due operatori in streaming dal Ghana -. Abbiamo intervistato i giovani, i capofamiglia e anche chi è tornato, con cui è stato più difficile parlare perché sentono il peso del fallimento. C'è chi proviene da una classe medio alta, con un buon livello di istruzione, soprattutto in Costa d'Avorio e Ghana, che cerca possibilità di realizzazione professionale, e chi, a un livello più basso, non vede speranze nel proprio paese”. Spiegano il fenomeno della “migrazione ambientale”, causato dall'allargarsi della fascia pre-desertica, che spinge a muoversi verso le grandi città, e solo da lì pensare poi all'Europa. “L'occidente è ancora visto come il luogo dove potersi realizzare – continua Lotta -, ma in progetti a medio periodo, dopo 15 anni si vuole tornare e creare lavoro in patria. Le rimesse dall'estero costituiscono importanti entrate per tutti questi paesi”.

Dalla conoscenza alla raccolta fondi. L'altro aspetto della campagna riguarda la sensibilizzazione e la raccolta fondi per i progetti di cooperazione tarati sulle esigenza di ogni paese. “Vogliamo coordinare tutte le tappe del processo migratorio – continua Lotta – dai paesi di origine all'Europa”. “Ancor più che nel passato dobbiamo scambiarci informazioni ed esperienze – aggiunge Jean Paul Muller, dei Salesiani di Don Bosco -, sta cambiando il sistema di accoglienza in tutta Europa. Noi abbiamo le strutture e dobbiamo aprirle, non possiamo fermare l'onda. Abbiamo però difficoltà a trovare il personale preparato e formato alla cura, sembrano esserci solo guardie”. I progetti di sviluppo elaborati sono quindi rivolti  innanzitutto ai gruppi sociali a maggior rischio  di traffico o migrazione irregolare: “Siamo già presenti – aggiunge Pettenon – ma vogliamo organizzare al meglio la presenza salesiana in Africa sub-sahariana, per sostenere chi si sposta per motivi economici, mentre è più difficile intervenire sulle cause di chi fugge dalle guerre”.

In Ghana si punta allo sviluppo dell'agricoltura, coinvolgendo soprattutto le donne, con l'avviamento di microimprese e formazione professionale sull'eco-sostenibilità, ciclomeccanica, e impianti fotovoltaici. In Senegal saranno potenziate le scuole professionali, con corsi di idraulica, cucina e sartoria, e supporto alle startup a Dakar e Tambacounda.  In Costa d’Avorio, si prevede il rafforzamento del centro socio-educativo “Villaggio Don Bosco”, nella periferia della capitale, punto di ascolto e di integrazione sociale per centinaia di giovani, con corsi di alfabetizzazione, informatica e orientamento al lavoro, mentre in Etiopia i primi interventi si concentreranno su borse di studio e programmi di supporto scolastico, borse di studio e corsi di informatica, e sostegno alimentare per 400 bambini per tre anni.

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