8 novembre 2016 ore: 11:27
Immigrazione

Una casa per italiani e stranieri vulnerabili, l'integrazione che funziona

Progetto Sprar del comune di Palermo: a "Casa Anch'io" convivono persone con disagio psichico e disabilità. Per gli italiani una casa a tutti gli effetti, per gli immigrati un luogo di passaggio. Cucuzza: "E' molto impegnativo, ma un arricchimento reciproco"
"Casa Anch'io" di Palermo
Comunità alloggio "Casa Anch'io" di Palermo
"Casa Anch'io" di Palermo

PALERMO - Convivere per aiutarsi e sostenersi reciprocamente. E' l'obiettivo che ogni giorno si porta avanti all'interno della comunità alloggio "Casa Anch'io" di Palermo che accoglie 8 persone, italiani e stranieri beneficiari del progetto Sprar. "Casa Anch'io" nasce nel 2008 come struttura residenziale per persone con disabilità, ma dal 2014 ospita il progetto dello Sprar per conto del comune di Palermo, la cui gestione è affidata alla cooperativa sociale Badia Grande.

L'immobile di 200 mq che si trova nel cuore del centro storico cittadino a pochi passi dalla cattedrale, è stato dato in comodato d'uso dalla Caritas diocesana. Si tratta di un appartamento molto ampio e confortevole dove è presente per tutte le persone accolte una stanza soggiorno dove si studia l'italiano, si usano tv, computer e c'è la possibilità di ascoltare musica. Poi c'è un'ampia cucina abitabile e cinque camere da letto da due posti ciascuno quasi tutte con bagno. A gestire la comunità, oltre la psicologa responsabile ci sono altri cinque operatori che effettuano i turni H24, oltre a un mediatore culturale. In questo periodo è presente anche una ragazza francese arrivata per il servizio di volontariato internazionale europeo. 

A "Casa Anch'io"  convivono persone con condizioni di salute diverse, che vanno dalla tetraparesi spastica alla sindrome di Down fino a depressione e disturbi post traumatici da stress. "I posti sono pochi rispetto al fabbisogno reale - spiega Nicoletta Cucuzza, psicologa responsabile di Casa Anch'io -. La segnalazione ci arriva dall'ufficio centrale del ministero dell'Interno che riceve le segnalazioni da comuni, prefetture o da associazioni. Siamo costretti a respingere le segnalazioni di migranti con psicosi perché non siamo una struttura competente. Ci orientiamo, invece, per i casi di vulnerabilità come nevrosi e area borderline, depressioni, diversi disturbi post traumatici da stress, isteria e situazioni fisiche di salute particolari che hanno anche conseguenze psicologiche. Chiediamoci però che cosa intendiamo oggi per vulnerabilità perché tutti i migranti, se pensiamo a quello che hanno passato, sono in uno stato di forte fragilità psico-sociale".

"La nostra, è sicuramente una realtà ibrida in cui tutti sono 'diversamente diversi'. Si tratta di fragilità per le quali la convivenza non è sempre facile - dice ancora Nicoletta Cucuzza - soprattutto quando devono imparare a conoscersi. Sicuramente l'impegno non manca ma alla fine riescono a condividere gli spazi comuni e ad interagire positivamente tra di loro in una sorta di arricchimento reciproco. All'inizio si possono innescare anche sottili dinamiche psicologiche fatte di gelosie e richieste di attenzioni che, fortunatamente si risolvono con l'ascolto e il dialogo. Gli immigrati imparano con il tempo a conoscere chi è più fragile di loro e questo li aiuta a capire meglio anche le loro problematiche. Il senso di solidarietà, il senso civico e la bellezza di prendersi cura dell'altro sono cose che, con il tempo li arricchiscono".

"Per gli  italiani questa è una casa a tutti gli effetti - continua ancora - mentre per gli immigrati un luogo di passaggio, transitorio. Sono condizioni di permanenza diverse e si deve cercare, in maniera più serena possibile, di mantenere un equilibrio. L'obiettivo comune è quello di conseguire una buona qualità della vita di tutti in un clima di condivisione che favorisca la possibilità di sperimentare occasioni di integrazione personale e sociale". "Ci sono momenti in cui si aiutano a vicenda - racconta ancora - in un clima tutto familiare che può essere garantito solo proprio dai piccoli numeri. Il sabato e domenica il migrante cucina insieme all'operatore un piatto del suo Paese. Abbiamo fatto anche cene multietniche e in questo caso il cibo diventa motivo di integrazione reciproca".

"La permanenza per gli immigrati è di sei mesi -. Si tratta di un periodo spesso troppo breve perché non basta a risolvere, a volte, tutte le incombenze burocratiche. I tempi degli uffici competenti (comune e questura in primis) sono lunghissimi. Sono altrettanto lunghi i tempi per la prenotazione di visite mediche. I ragazzi non riescono sempre a capire questi ritardi e spesso se la prendono con noi. In alcuni casi per motivi particolari possiamo prorogare la loro permanenza fino ad un anno e mezzo. La parte più complessa è quella legata ai primi giorni di arrivo perché all'inizio non si fidano. Insistiamo che inizino a frequentare subito la scuola e le lezioni d'Italiano anche se molti di loro vorrebbero subito lavorare per spedire i soldi alle loro famiglie. Cerchiamo, quando riusciamo a regolarizzarli con i documenti, di fargli avere anche il tirocinio formativo di lavoro di tre mesi e inoltre ci preoccupiamo di costruire una rete che li accompagni per quanto possibile anche per il dopo Sprar". (set)

© Copyright Redattore Sociale