2 maggio 2021 ore: 10:00
Disabilità

Una foresta (da mangiare) nasce sul bene confiscato

Nel palermitano prende vita un sistema agroforestale nel quale la produzione agricola convive con la biodiversità. Coinvolte nel progetto persone con disabilità grazie a due cooperative sociali. "La Food forest è il coronamento di un sogno. Un sogno che ne genera altri"
Comunità cambiamento Slow Food Partinico

La Comunità del cambiamento di Slow Food a Partinico (Palermo)

ROMA - Strano ma vero, una foresta si può mangiare. Tradotto, parliamo di un sistema agroforestale nel quale trovano spazio diverse specie di piante, alcune destinate a produrre cibo e altre ad arricchire la biodiversità necessaria a mantenere in equilibrio l’ambiente. È la prima Comunità del cambiamento di Slow Food e si trova a Partinico, a una trentina di chilometri da Palermo. Un innovativo modello di agricoltura che ha al centro anche l’aspetto sociale. Di questo progetto, infatti, saranno protagoniste anche persone con svantaggio fisico e psichico. Gli attori sono la cooperativa sociale NoE (No Emarginazione), con sede a Partinico, e la cooperativa agricola Valdibella, attiva nella vicina Camporeale. Tutto comincia nel 1998 quando NoE, che si occupa di inclusione sociale e lavorativa di persone con disabilità, riceve in affidamento un fondo proveniente dalla confisca alla mafia, poco più di cinque ettari, l’equivalente di dieci campi da calcio per intenderci. Ma l’idea di fare qualcosa di rivoluzionario è nata prima dell’estate dello scorso anno quando le due cooperative hanno cominciato a ragionare insieme su come rilanciare questa vasta area agricola. "È stato l’ecologo brasiliano Rafael da Silveira Bueno, con cui collaboriamo da tempo, a suggerirci di creare una food forest, una produzione agricola etica e sostenibile", racconta il presidente di Valdibella Massimiliano Solano, che pratica la coltivazione biologica dal 1998, anno di nascita della cooperativa. "Il sostegno economico di Slow Food e i soldi ottenuti con una campagna di raccolta fondi ci hanno consentito di lanciarci a capofitto nel progetto, che ci ha subito entusiasmato".

La Comunità del cambiamento non riguarda però solo l’aspetto agricolo e paesaggistico-ambientale ma anche quello sociale. In tutte le fasi della filiera produttiva (dalla lavorazione nei campi alla trasformazione della materia prima, alla vendita) saranno, infatti, coinvolte persone svantaggiate. E l’impegno per le fasce più deboli è esattamente il principio su cui la cooperativa NoE fonda la sua attività di commercializzazione di prodotti agricoli biologici certificati, la maggior parte dei quali provenienti da terreni confiscati alle mafie. Su 18 dipendenti, NoE conta 12 persone con disagio fisico, psichico o economico, a cui si aggiungono diversi collaboratori occasionali. "I nostri lavoratori hanno alle spalle percorsi di vita difficili: disabilità neuropsichica, alcool-dipendenza, ritiro sociale, ma anche, soprattutto negli ultimi tempi, disoccupazione di lunga durata", spiega Simone Cavazzoli, presidente di NoE. I lavoratori sono coinvolti in mansioni strategiche nell’ambito della coltivazione, della logistica, del trasporto, della vendita, della manutenzione e anche della formazione, una volta completato l’apprendistato. "Dal 2008, anno di nascita del progetto di forniture ai gruppi di acquisto solidale di Palermo e del Nord Italia, abbiamo inserito con regolare contratto circa 60 persone con fragilità o svantaggio", sottolinea Cavazzoli.

Antonino Conti, 55 anni, si occupa della programmazione agricola e della commercializzazione dei prodotti. Da due anni alla NoE, in passato ha gestito il Centro di educazione ambientale Serra Guarneri, nel parco delle Madonie, e ha lavorato per dieci anni in Tanzania, nell’ambito di progetti agricoli per conto di una ong internazionale. Una brutta infezione a una gamba contratta nel continente africano e non identificata gli ha provocato difficoltà di movimento, e un infarto, tre anni fa, ha causato una serie di problemi che gli impediscono di svolgere determinate attività, come fare trekking o viaggiare in aereo. "La Food forest è un progetto che ha tanti risvolti significativi", dice Conti, che ha anche progettato i bio-laghi della foresta. "Per primo il fatto che sorge su un terreno confiscato alla mafia. Un segnale fortissimo in un territorio che è stato dominato per decenni dalla malavita organizzata. Poi, ha il minimo impatto ambientale: non si farà uso di concimi e si utilizzerà poca acqua. Il non utilizzo di macchine agricole, inoltre, permetterà di abbattere del 70% l’anidride carbonica. E, infine, ha un valore culturale e di recupero delle tradizioni. Tra le piante alimurgiche, cioè commestibili, abbiamo infatti previsto anche la presenza di quelle antiche, come il pero cannamela, l’albicocco sciccareddu e il nespolo di Trabia". Ma non ci saranno solo prodotti tipici locali. Oltre agli avocado, sono state inserite anche 70 piante di frutti della passione. "Ho riportato qui un pezzettino di Africa, dove purtroppo non potrò più tornare", dice Ninni, come lo chiamano tutti. "È come riassaporare i gusti e i profumi di una terra che porto sempre nel cuore".

"La Food forest è il coronamento di un sogno", commenta Cavazzoli. Un sogno che ne genera altri. Un’area da destinare a campi scout, con cucina, bagni e docce; un palcoscenico attrezzato per spettacoli e musica dal vivo; un circuito di corsa campestre e workshop per studenti di agraria da organizzare nella casa colonica, che sarà adibita a foresteria. "Questo ci consentirà di allargare ad altre persone in difficoltà l’offerta di lavoro e a dimostrare che di agricoltura e di cultura si può vivere". Entro quest’anno sarà completata la messa a dimora delle piante. I frutti non tarderanno ad arrivare.

(L’articolo è tratto dal numero di SuperAbile INAIL di aprile, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità)

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