2 maggio 2014 ore: 11:37
Ambiente

Ungheria, Orbàn in guerra con Greenpeace: in pericolo l’oasi ecologica Kishantos

Il discusso premier appena rieletto ha fatto mettere le mani a un ente statale sulla grande fattoria biologica non profit, nata 21 anni fa anche con i fondi di Germania e Danimarca. Ma gli attivisti non si arrendono
Greenpeace Kishantos. Foto Greenpeace

Foto Greenpeace

Dopo quella con l'Unione europea sui vincoli finanziari, il discusso primo ministro ungherese Viktor Orbàn, appena rieletto con maggioranza plebiscitaria, sta ingaggiando una guerra anche con Greenpeace: oggetto del contendere è il Centro per lo sviluppo rurale Kishantos, 452 ettari di fattoria biologica non profit, da 21 anni roccaforte ecologica del paese anche come centro di educazione e formazione.

Kishantos, situato a una cinquantina di chilometri a sud di Budapest e nato grazie a una collaborazione fra la Germania e l'Ungheria (anche la Danimarca ha messo dei soldi nel progetto, gemellato con l'istituto danese Vestjyllands Højskolen, dove dal '94 centinaia di giovani ungheresi usufruiscono di borse di studio per studiare lo sviluppo sostenibile), è da sempre gestito dalle aziende agricole che ci lavorano ma il loro contratto è scaduto a ottobre 2013 e a partire da novembre, nonostante il bando di concorso, è impropriamente controllato dal Fondo Nazionale Terreni (NFA), che ha impugnato la gara e a capo del quale Orbàn ha piazzato un suo uomo di fiducia, il segretario di Stato Bitay Martin.

Foto Greenpeace

 Su quello che sembra un vero e proprio esproprio è subito intervenuta Greenpeace, che tramite la coordinatrice ungherese Catherine Rodics ha già adito le vie legali contro il governo (l'udienza per la tutela del possesso si è svolta il 25 aprile scorso) e lanciato l'Alliance for Sustainability Kishantosért , un appello firmato da più di 200 organizzazioni e 10 mila persone che chiede innanzitutto il rispetto delle terre e delle regole della coltivazione biologica.

Al momento i giudici hanno dato ragione all'NFA, che aveva comunque provato già due volte a intaccare i terreni ben prima del 25 aprile, quando è stata emessa la prima sentenza del tribunale (che dovrà nuovamente esprimersi a giugno sulla contestazione della procedura concorsuale, che secondo gli uomini di Orban è stata irregolare): l'ultima una settimana fa, quando nel tentativo di mostrare i muscoli e nonostante il monitoraggio di Greenpeace i nuovi “inquilini” hanno messo le mani su una buona parte dell'area (430 ettari su 452, secondo l'organizzazione internazionale), arando terreni già coltivati e provocando danni che Sándorné Carpenter, ingegnere ambientale tra i fondatori di Kishantos, ha stimato sulla stampa locale in 139 milioni di fiorini (compromesse soprattutto le coltivazioni di grano e farro), che dovrebbero salire a 150 milioni (quasi mezzo milione di euro) considerando che se la situazione non dovesse sbloccarsi potrebbero non arrivare neanche i 22 milioni di euro previsti di aiuti europei.

La situazione è dunque sempre più tesa e intricata dal punto di vista legale: l'ultima prova di forza è arrivata proprio alla vigilia di Pasqua, quando con un'azione di polizia una società di sicurezza privata ha – su ordine dell'NFA – chiuso gli accessi alla zona contesa, lasciando fuori gli attivisti di Greenpeace e anche le guardie forestali: “Le persone non autorizzate non possono entrare nella proprietà in questione, compito di NFA è quello di promuovere il rispetto degli obblighi contrattuali tra le parti, al fine di garantire il possesso indisturbato”, recita una nota.

In attesa di far piena giustizia sulla vicenda, che anche in Ungheria dovrebbe configurarsi come crimine contro la costituzione poiché l'agricoltura biologica si è sviluppata nel corso dei decenni come valore ambientale meritevole di tutela costituzionale, il popolo di Kishantos, esemplare modello di centro ecologico che nei periodi di maggiore attività da lavoro a più di 100 persone, ha già organizzato una grande manifestazione il 23 aprile scorso, e promette ancora battaglia. “Giù le mani da Kishantos”, recita il loro grido (pacifico) sul sito www.kishantosert.hu. (Giuseppe Baselice con la collaborazione di Petra Kovàcs)

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