6 novembre 2020 ore: 11:44
Non profit

Venti anni di 328. Turco: “Legge non applicata. E oggi c’è un bisogno disperato di livelli essenziali”

di Daniele Iacopini
Parla la firmataria della legge, ex ministra della Solidarietà sociale negli anni 1996-2000. “La legge presentava una cultura fortemente innovativa, ma non siamo riusciti a trasmettere il messaggio. Non a caso si tratta di una norma che è stata e viene chiamata ancora con un numero!”. E aggiunge: “La cultura dei bonus è diventata prevalente anche nel centrosinistra”
Livia Turco

CAPODARCO DI FERMO – E’ stata la firmataria della legge 328 del 2000, la “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”. Parliamo di Livia Turco, ex parlamentare, ex ministra della Solidarietà sociale (dal 1996 al 2000, prima con premier Romano Prodi e successivamente con Massimo D’Alema), attualmente presidente della Fondazione Nilde Iotti. L’approvazione, l’8 novembre del 2000, della norma ha costituito un evento che fu considerato di portata storica: per la prima volta era stata emanata una legge organica nazionale che mirava a porre ordine nel settore dei servizi sociali.
Abbiamo chiesto a Livia Turco un bilancio di questi 20 anni, fatto con i criteri interpretativi di chi quella legge l’ha voluta e l’ha ottenuta. E oggi, fuori dai processi decisionali, osserva con interesse la gestione delle politiche sociali nel nostro Paese.

Compito primario della 328 era quello di superare le disuguaglianze nelle prestazioni sociali. Com’è andata in questi anni?
“E’ il paradosso della 328, vale a dire di una legge sulla ‘dignità sociale’. Ricordo che la legge è stata il frutto di una forte mobilitazione sociale, collocata all’interno di quella che ho definito la ‘primavera delle politiche sociali’ (anni in cui si sono nate le leggi sui minori, sull’immigrazione, sul Dopo di noi, ecc…). Quindi la 328 si è inserita dentro un contesto di sensibilità importante. Ricordo anche che ha iniziato il suo iter all’inizio della legislatura, all’ottobre del 1996: 15 testi di legge di iniziativa parlamentare, di cui 11 dell’Ulivo. La legge fu approvata però a fine legislatura. Il problema, così, è stata la sua applicazione. Alla domanda rispondo allora che la legge non è stata applicata nei suoi punti fondamentali! Se dovessi tornare indietro, avrei fatto qualche tavolo di confronto in meno ma avrei dato al Governo che l’ha voluta il tempo di poterla applicare. Il Governo, infatti, ha avuto pochi mesi per applicarla. Abbiamo elaborato il Primo piano sociale, il decreto sulle Ipab, abbiamo tentato di fare un regolamento sulle professioni sociali... Abbiamo lavorato, insomma. Ma ricordo anche che quando ho passato le consegne a Maroni, mi disse chiaramente che avrebbe messo la legge nel cassetto! Le uniche ad applicarla, allora, sono state le regioni. Per il resto, il Fondo non è stato fatto, dei Liveas si è persa anche la nozione. Insomma, è prevalsa la cultura dei bonus e dei trasferimenti monetari.
In questi mesi di pandemia, si è sentito forte il bisogno dei servizi sociali, ma i servizi sono stati abbandonati! Il tema, dunque, non è l’applicazione ma è la ‘non applicazione’ della 328. Già allora il centrodestra aveva una diversa cultura politica. In quei giorni di approvazione della legge ci furono troppa concertazione e grande scontro politico. Con il tempo i servizi sociali anziché crescere si sono bloccati. Se ci fosse stata la legge – se cioè fosse stata applicata -, in questo triste momento saremmo stati meglio. Non avremmo avuto lavoro precario, assistenza domiciliare di poche ore, ecc…”

Si parla sempre di Titolo V. La maggiore incidenza del ruolo delle regioni ha influito sulla capacità di risposta della 328?
“Torno al clima di quel periodo. Noi abbiamo approvato la legge in un giorno, perché rischiava di non passare. Si decise di far approvare la legge così come era uscita dalla Camera. C’era un emendamento che trasferiva soldi alle regioni come fondo indistinto. Una pugnalata, ma era l’unico modo di farla passare. Eravamo in clima di forte sensibilità sul tema del regionalismo e nella stessa sinistra si era convinti di questo. Quindi ci fu la famosa legge Bassanini. Resta il fatto che le politiche sociali venivano definite politiche regionali, ma restava in capo allo Stato (art.117) il compito di stabilire i Livelli essenziali”.

Livelli essenziali: sono passati 17 anni tra l’approvazione della legge (2000) e il Reddito di inclusione (2017). In mezzo Governi di centrodestra ma anche di centrosinistra
“Due i provvedimenti che incarnano la 328: il Dopo di noi e il Rei. Metto molto l’accento sulla impossibilità di poterla applicare quella legge, perché con un anno di tempo e avremmo potuto fare una campagna culturale seria. La legge, infatti, presentava una cultura fortemente innovativa, solo che non siamo riusciti a trasmettere il messaggio. Non a caso – aspetto emblematico – si tratta di una norma che è stata e viene chiamata ancora con un numero! Ecco, c’è stata una autoreferenzialità che ci ha impedito di promuoverla sul piano culturale. In un Paese come il nostro, far capire l’oro che brilla nei servizi sociali è una battaglia che non abbiamo fatto, non ne siamo stati fino in fondo consapevoli. E parlo anche del mondo del sociale. Si è sottovalutato il fatto di quanto questa cultura innovativa dovesse essere diffusa, fatta sedimentare. Di contro, la cultura del bonus in questo nostro Paese è molto forte. E questo è un aspetto che non riguarda solo la politica. Il rinnovamento doveva essere molto più narrato, diffuso”.

In mezzo, anche la più grande crisi economica del dopoguerra…
“Sì, poi c’è stata la crisi del 2008, un passaggio che ha contato molto. La crisi economica che ha impoverito il ceto medio, ha sviluppato una vulnerabilità più ampia e ha creato una sorta di gerarchizzazione dei temi e dei problemi. E’ accaduto così che la questione dei trasferimenti economici è diventata preminente. Gli assessori alle politiche sociali, per esempio, si sono trovati di fronte il problema di persone che stavano bene e che, improvvisamente, si sono trovate in difficoltà. E questo ha lasciato sullo fondo tutto il resto: i problemi della salute mentale, delle tossicodipendenze, della non autosufficienza ecc… La crisi ha posto in primo piano il problema della povertà e ha fatto perdere il senso di un sociale più ampio, lasciato interamente sulle spalle delle famiglie.
Lei mi ricorda che si sono succeduti Governi di diverso orientamento politico. Vero. Oltre ad aver identificato il sociale con l’intervento monetario, c’è stata una perdita di cultura anche all’interno della sinistra. In sintesi: mentre l’investimento sul welfare era stata una discriminante forte e molto netta tra i due schieramenti politici, ho visto poi la cultura dei bonus prevalere anche nel centrosinistra. In questo senso, i governi Renzi o Gentiloni sono andati in questa direzione. Per fortuna, la legge 328 ha vissuto nei comuni e nei territori!”.

Le difficoltà di questi mesi cosa ci dicono?
“Che oggi c’è un bisogno disperato di livelli essenziali. Come si fa, per esempio, a fare una medicina di comunità senza i servizi sociali? Solo con medici di famiglia e infermieri e senza le figure sociali, come si fa? La condizione di precarietà in cui versano tanti servizi sociali come si risolve? Come si risolve la questione dei bandi? Lo si fa con i livelli essenziali. Credo che il mondo del sociale debba chiedere al Governo di fare un tavolo: con il ruolo di indirizzo della Presidenza del Consiglio. I ministri delle politiche sociali e della Salute facciano un tavolo con le regioni. Occorre fare una lettura dei problemi, ma non nelle stanze. E poi bisogna discutere; a partire dal come fare un livello essenziale. Il Rei lo ha dimostrato: una misura che garantisce continuità dell’intervento, superamento della precarietà. C’è un sociale che ha la capacità di risposta. E anche il Dopo di noi questo dimostra”.

Uno sguardo al futuro…
Occorre rilanciare la cultura della 328, l’idea del welfare comunitario, dei percorsi personalizzati, del sostegno alla normalità delle persone. C’è bisogno di recuperare quella cultura. E gli strumenti: oggi il ruolo del pubblico è quello di essere sollecitatore di responsabilità. Abbiamo bisogno di creare il pilastro del sociale. Un sociale che attraversi tutte le politiche, che non si fermi ai servizi in senso stretto ma che allarghi la cultura del prendersi cura. Dev’essere, questo, un parametro che attraversi tutte le politiche.
E dev’essere un ‘pubblico’ con un grande ruolo, quello di unire i 3 welfare presenti: la rete dei servizi sociali, la rete del welfare aziendale e quello delle fondazioni bancarie. E anche le modalità di partecipazione vanno arricchite. Personalmente sono rimasta profondamente colpita dalla lettura dell’enciclica del Papa. Laddove parla di una politica non dei poveri, ma con i poveri. I poveri, insomma, sono i protagonisti. I vulnerabili non siano solo protetti. Ecco, vedo forte il legame tra la promozione delle politiche sociali e la partecipazione sociale. Il prendersi cura è l’ingrediente che deve bonificare le nostre vite”.

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