31 maggio 2016 ore: 12:49
Giustizia

Violenza sulle donne, a Torino c’è chi prende in carico i maltrattanti

Si chiama “Opportunity” ed è un programma sperimentale avviato dal Gruppo Abele grazie a un finanziamento del Tavolo Valdese: dopo i primi 12 mesi, la recidiva è ancora nulla. Dei 13 uomini che (spesso spontaneamente) si sono rivolti agli sportelli, cinque hanno accettato di trasferirsi in un appartamento per sei mesi
Violenza donne: uomo maltrattante disperato

TORINO - Ma è davvero il caso di impiegare risorse per il recupero di chi commette violenza sulle donne? È l’interrogativo che più di tutti, negli ultimi anni, è stato in grado di dividere operatori e addetti ai lavori del Belpaese; dove, a dispetto di esperienze di successo attivate un po’ in tutta Europa e delle raccomandazioni dello stesso Consiglio europeo, si è continuato a lungo a credere che ogni euro speso per il lavoro con i maltrattanti fosse automaticamente sottratto alle donne che della loro violenza finivano vittime.

Quella domanda, a suo tempo, se l’è posta anche Mauro Melluso, psicologo torinese con anni di esperienza sul campo: e se “al momento - spiega - è ancora presto per dare risposte definitive”, i risultati del progetto che ha messo in piedi con il Gruppo Abele appaiono comunque incoraggianti. Si chiama Opportunity, ed è un programma sperimentale avviato un anno fa con un finanziamento della Tavola Valdese: a frequentarlo, per ora, sono stati cinque uomini, in un appartamento di due piani nella zona nord di Torino, attrezzato per ospitarne tre alla volta. Il periodo di permanenza medio è di sei mesi: di giorno escono per andare al lavoro; quindi, rientrati in casa, cucinano, puliscono, si occupano della gestione domestica. Con loro, gli operatori trascorrono tra le due e le tre ore al giorno, per cinque o sei giorni alla settimana: “cerchiamo di portarli a rivedere la loro storia di coppia o di relazione - spiega Melluso -, spingendoli a sposare un nuovo punto di vista. Lavoriamo molto sugli stereotipi di genere: ad esempio sull’idea di forza, che spesso viene declinata unicamente come capacità di incutere rispetto e timore, più che di prendersi cura dell’altro e avere controllo di sé. L’obiettivo è portarli ad abbandonare uno stile relazionale basato unicamente sulla prevaricazione”.

Al netto della cautela mostrata da Melluso (“si tratta di percorsi che andranno valutati sul lungo termine” ribadisce), gli esiti del progetto al momento parlano chiaro: “la recidiva - spiega lo psicologo - per ora è azzerata”. “Dopo il percorso residenziale - continua - gli uomini vengono monitorati lungo un periodo di follow up che dura all’incirca altri sei mesi, durante il quale vengono inseriti in progetti di volontariato il cui responsabile è sempre una donna. Nel frattempo continuiamo a incontrarli almeno una volta alla settimana”.

Finora, sono in 13 ad essersi rivolti agli sportelli del progetto: “due di loro sono ancora in lista d’attesa - chiarisce lo psicologo - mentre alcuni abbiamo valutato di seguirli senza che lasciassero la propria abitazione. Solo un paio, finora, sono andati via dopo i colloqui preliminari”. L’età media è di 55 anni, ma tra loro ci sono anche un paio di ventenni, tra i quali un giovane stalker. A segnalarli, nella metà dei casi, sono stati i servizi sociali; mentre gli altri si sono presentati spontaneamente,  dopo essere passati attraverso i gruppi di sostegno del Cerchio degli uomini, iniziativa pionieristica partita a Torino nel ’98, che ora è tra i partner del progetto. Secondo Melluso,  ad accendere la miccia molto spesso è stata la perdita del lavoro, la chiusura di un’attività, o il peggioramento delle condizioni economiche: circostanze “che spesso - spiega lo psicologo - tendono a far sentire gli uomini umiliati di fronte alla famiglia; ma che pur determinando il precipitare di un’escalation, non ne rappresentano comunque la causa: che è legata invece a una mancanza di autostima a monte, ragion per cui è importante ricordar loro che non è solo attraverso lo stipendio che si misura il valore di un uomo”.  L’altra grande costante sarebbe l’alcolismo: “Spesso hanno alle spalle una storia d’abuso d’alcolici - continua Melluso - ed è per questo lavoriamo in stretta sinergia con gli operatori del progetto Aliseo, che si occupa di uscita dall’alcol dipendenza”. Oltre a questo, gli uomini inseriti nel progetto frequentano programmi di sostegno psicologico e gruppi di auto mutuo aiuto, spesso con la collaborazione di personale esterno.

E le donne dove sono in tutto ciò? “Quando non ci sono separazioni di mezzo - spiega la psicologo - di solito restano a casa, continuando a vivere la loro vita”. “Noi  - continua - abbiamo semplicemente ritenuto giusto ribaltare lo schema che di solito è adottato nel contrasto della violenza di genere. Portare la donna in una comunità protetta rischia d’essere inutile se, dall’altra parte, l’uomo viene lasciato a se stesso. In quel contesto, capita che si finisca per vedere un marito o un compagno come l’unico aggancio con una “normalità” da cui la donna si sente sradicata: lei tenderà a voler tornare in famiglia il prima possibile; e se non c’è stato alcun lavoro sull’uomo, il ciclo sarà destinato a ricominciare”.

Ma non è questa, secondo Melluso, l’unica ragione per  lavorare con i maltrattanti. “Si tratta di decidere, una volta per tutte, se la violenza di genere rappresenti o meno un problema culturale” conclude. “Se la risposta è si, la presa in carico dev’essere globale. Perché in quel caso, oltre a tutelare le donne, il nostro compito è di evitare che il problema passi di padre in figlio” (ams)

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