7 agosto 2023 ore: 12:48
Salute

Violenza sulle donne, nel 2022 diminuiscono del 10% le chiamate al numero 1522

I dati del rapporto “Il sistema della protezione per le donne vittime di violenza” dell’Istat. Nel 2021 oltre 21mila donne hanno intrapreso percorsi di aiuto. In Italia attivi 373 Centri antiviolenza e 431 case rifugio
Foto da Dire violenza-donne_non-sei-sola panchina rossa
ROMA – Sono oltre 21mila le donne che hanno affrontato un percorso di uscita dalla violenza nel 2021: il 40% delle donne si è rivolta ai parenti per cercare aiuto, il 30% alle forze dell’ordine, mentre il 19,3% ha fatto ricorso al pronto soccorso e all’ospedale. Sono questi alcuni dati del nuovo rapporto Istat sui Sistemi di protezione per le donne vittime di violenza (per gli anni 2021 e 2022) pubblicato oggi. “La presenza di una rete antiviolenza forte è fondamentale per aiutare le donne vittime di violenza a trovare supporto sul territorio e permette di far emergere il fenomeno della violenza stessa – si legge nel rapporto -. L’Indagine sull’utenza dei Centri antiviolenza (Cav) consente di capire quali sono i nodi potenziali della rete che meglio intercettano queste richieste di aiuto e che indirizzano al Centro antiviolenza”.
 
Per l’Istat, le forze dell’ordine e i servizi sociali e sanitari hanno un importante ruolo nell’orientare le donne verso i Cav. “Il 26,8% delle donne si reca ai Cav autonomamente e il 17,5% con l’aiuto di parenti e amici, ma il 32,7% è guidato dagli operatori sul territorio (forze dell’ordine, servizi sociali e presidi della salute)”. Le differenze regionali, inoltre, sono marcate. Si ricorre al pronto soccorso/ospedale più di frequente in Lombardia, Basilicata e Umbria. Nel Lazio, invece, è più alta la percentuale di donne che si rivolgono anche ad altri servizi specializzati (13,5% delle donne del Lazio, a fronte di un 5% a livello nazionale). In Sicilia sono di più le donne che hanno contattato il 1522, ovvero l’help line promossa dal Dipartimento per le Pari Opportunità. (18% contro un dato nazionale pari al 6%), mentre in Basilicata è dell’86% la percentuale di donne che prima di andare al Cav si rivolge alle forze dell’Ordine (contro un 30% del totale nazionale) e al Pronto Soccorso/Ospedale (57% contro il 19% a livello nazionale). In Puglia è maggiore la quota delle donne che si sono recate ai servizi sociali (28% contro un dato nazionale del 15%). Significativa la quota di donne che si rivolge a figure professionali, come gli avvocati e gli psicologi) nelle Marche (29%; 12% a livello nazionale) e in Liguria (18%, rispetto al 9% a livello nazionale). 
 
Secondo lo studio, ogni nodo della rete intercetta specifici profili di donne. I servizi generali (Forze dell’Ordine, Ospedali/Pronto soccorsi, Servizi sociali), infatti, “sono quelli che riescono ad intercettare di più le donne con una fragilità sociale o psicofisica – spiega il rapporto -, anche soltanto per il motivo che le donne stesse sono costrette a ricorrervi”. Le donne con titoli di studio bassi e senza autonomia economica, invece, sono intercettate più facilmente da questi servizi. “Anche le donne straniere ricorrono molto più frequentemente delle italiane ai servizi generali che poi le indirizzano ai servizi specializzati – si legge nel report -. Nel caso di donne con difficoltà psicofisiche o in situazioni problematiche, i servizi generali sono affiancati dalla rete informale o dagli psicologi, anche se poi per l’invio al Cav resta fondamentale il ruolo di Forze dell’Ordine, Ospedali/Pronto soccorsi e Servizi sociali”.
 
Il ricorso ai servizi specializzati o i professionisti (avvocati, psicologi) è invece più frequente nelle donne italiane con un diploma o una laurea, economicamente autonome, in genere più grandi di età, che acquisiscono informazioni e poi, prevalentemente in modo autonomo, si recano al Cav per iniziare il loro percorso di uscita dalla violenza. “l mondo della scuola, i consultori, il medico di medicina generale o il pediatra e le istituzioni religiose – continua il report - intercettano soltanto una quota residuale di donne, ma all’interno della rete possono comunque svolgere un ruolo importante non solo migliorando la capacità di individuazione del fenomeno ma veicolando anche il più possibile le informazioni sui servizi specializzati presenti sui loro territori”.

Nel 2022 si registra un calo del 10% delle chiamate valide al 1522 rispetto al 2021 (da 36.036 a 32.430). “La diminuzione delle chiamate valide è in parte legata al periodo contingente di analisi – spiega l’Istat -: il 2021 aveva infatti risentito dell’effetto della pandemia e dei lockdown. Il numero delle chiamate nel 2022, anche se in calo rispetto all’anno precedente, risulta comunque molto più elevato rispetto ai periodi pre-pandemia (nel 2019: era pari a 21.290, registrando quindi un aumento del 52,3%) e inizio-pandemia (nel 2020 31.688; +2,3%). In diminuzione anche le chiamate da parte delle vittime tra il 2021 e il 2022 (11.909; -26,6%)”.
 
Nel 2022 le vittime segnalate al 1522 sono donne nel 97,7% dei casi (11.632 sul totale delle 11.909 vittime). “Il 38,3% ha un’età compresa tra i 35 e i 54 anni e il 15,7% tra i 25 e i 34 anni. Nell’80,9% dei casi sono italiane e nel 53% dei casi hanno figli”, si legge nel rapporto. La violenza riportata è soprattutto la violenza psicologica (77,8%), seguita dalle minacce (54,5%) e dalla violenza fisica (52,3%). Nel 66,9% dei casi vengono segnalate più tipologie di violenze subite dalle vittime. La violenza riportata alle operatrici del 1522 è soprattutto una violenza nella coppia: il 50% da partner attuali, il 19% da ex partner e lo 0,7% da partner occasionali.  Dalle informazioni raccolte dalle operatrici del 1522 risulta che la maggior parte delle vittime donne dichiara di non aver denunciato la violenza subita (8.056, 69,3%) per paura della reazione del violento (20% dei casi), o per non compromettere il contesto familiare (18,5% dei casi). Ma persiste una parte consistente (7,1% dei casi) che non procede alla denuncia perché non ha un posto sicuro dove andare 

In Italia, nel 2021, risultano attivi in Italia 373 Centri antiviolenza, un’offerta pari a 0,06 Centri ogni 10mila abitanti e a 0,12 Centri ogni 10mila donne. “Considerando l’offerta dei Centri per le donne vittime di violenza, l’offerta sale a 1,60 Centri ogni 10mila donne vittime di violenza”, si legge nel rapporto. Tuttavia, la distribuzione dei Centri antiviolenza non è omogenea sul territorio nazionale: al Sud sono attivi il 30,8% dei Cav, a seguire il Nord-ovest con il 22,5%, il Centro (19,6%), il Nord-est (16,4%) e le Isole (10,7%). Rapportando l’offerta dei Cav alla popolazione femminile nelle diverse macro-aree del Paese, l’offerta è maggiore al Sud con 0,17 Centri ogni 10mila donne e più bassa nel Nord-est e nel Nord-ovest con 0,10 Centri ogni 10mila donne. Nel Centro e nelle Isole il valore è in linea con quello nazionale (0,12 Centri ogni 10mila donne). Per quanto riguarda le case rifugio, invece, nel 2021 risultavano attive 431 case, pari a 0,14 Case ogni 10mila donne e 1,85 Case ogni 10mila donne vittime di violenza. “Nelle regioni del Nord-ovest si trova il 40,4% delle Case rifugio, il 22,7% nel Nord-est, il 13,5% al Sud, il 12,3% nelle Isole e l’11,1% nel Centro. Rispetto alla popolazione femminile del territorio, l’offerta delle Case rifugio è maggiore al Nord-ovest (0,21 Case ogni 10mila donne) e più bassa al Centro e al Sud (0,08)”. 
 
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