19 ottobre 2012 ore: 10:48
Non profit

Volontari italiani in Albania contro le vendette di sangue: 50 famiglie coinvolte

I risultati del progetto svolto da sei giovani, prima sperimentazione all’estero di difesa civile non armata e non violenta. Dall'inizio dell'anno oltre 20 omicidi, in seguito ai quali le famiglie si autoescludono dalla società
Servizio civile: ragazzi Unsc Servizio civile: ragazzi Unsc

Servizio civile: ragazzi Unsc

ROMA - Oltre 50 famiglie coinvolte attraverso quasi 300 visite e circa 100 accompagnamenti effettuati, con un impegno di 600 ore di colloqui. Sono questi alcuni numeri che rendono conto del servizio svolto da 6 giovani italiani in Albania nel progetto “Caschi Bianchi Oltre le Vendette", conclusosi lo scorso 16 ottobre e i cui risultati vengono illustrati oggi a Roma in una Conferenza pubblica. Partito un anno fa, il progetto ha costituito la prima sperimentazione italiana all’estero di difesa civile non armata e nonviolenta, promossa dall’Ufficio nazionale del servizio civile e realizzata in copregettazione dall'Associazione "Comunità Papa Giovanni XXIII", da Caritas Italiana e da Focsiv-Volontari nel Mondo, con il supporto scientifico del “Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli” dell’ Università degli Studi di Padova. Oggetto diretto dell’intervento è stato un tema delicato come quello delle "vendette di sangue" o, in lingua albanese, gjakmarrja, regolate nell'antico codice consuetudinario del “Kanun“.

"Una situazione di vendetta – racconta Elisa Nardelli, una dei 6 giovani volontari - nasce in genere dalla lite tra due uomini che, degenerando in un assassinio, e comporta che la famiglia della vittima, sentendosi disonorata, possa decidere di riprendersi il sangue perduto emettendo vendetta nei confronti dei componenti maschi dell'intero fis, o famiglia patriarcale allargata, dell'uccisore". Solo dall'inizio di quest‘anno ci sono stati in Albania oltre 20 omicidi per gjakmarrja, soprattutto nella zona montuosa del nord, con un impatto forte sulla vita della famiglie coinvolte, che sono costrette di fatto ad autorecludersi. "Questa condizione implica il mancato accesso al lavoro – spiega ancora Elisa -. A ciò si aggiungono l'inaccessibilità alla sanità ed all'istruzione (limitazioni che incidono negativamente speciamente su bambini e adolescenti) e l'impossibilità di beneficiare dei sussidi e dei servizi statali previsti dalla legge perché, essendo il più delle volte fuggite clandestinamente dai propri villaggi di montagna, le famiglie in vendetta non sono regolarmente registrate nel comune di residenza".

Oltre alle famiglie, il progetto ha permesso poi di coinvolgere in vari eventi pubblici le Associazioni locali e quasi 400 giovani, 10 dei quali “sotto vendetta”, nonché di selezionare 4 scuole per percorsi educativi con quasi 120 minori. Uno dei problemi da affrontare infatti è anche di sensibililizzazione. «Nei giornali albanesi – racconta un altro volontario, Luca Giacani -, vengono narrati i fatti di cronaca nera perché fanno scalpore, ma non la situazione delle famiglie costrette a vivere rinchiuse in casa né i loro diritti negati, anche perché c'è tuttora un certo grado di legittimazione sociale verso questa pratica per cui non ci si vuole inimicare il pubblico. Le istituzioni negano il fenomeno se filo-governative, lo accentuano se sono dell'area dell'opposizione, ma mai ne parlano di propria iniziativa". (francesco spagnolo)
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