14 luglio 2020 ore: 15:24
Giustizia

Zaki, in carcere altri 45 giorni: “Una prova di forza nei confronti dell’Europa”

di Alice Facchini
Sulla vicenda dello studente egiziano dell’Università di Bologna parla Erasmo Palazzotto, presidente della Commissione d’inchiesta sull’omicidio Regeni, che chiede al governo italiano e all’Unione Europea di dare un segnale forte: “Dovremmo fare presente ad Al-Sisi che si è raggiunto il limite e che servono risposte immediate”
Erasmo Palazzotto

BOLOGNA – Altri 45 giorni in cella, che si sommano ai 157 che Patrick Zaki ha già scontato chiuso in un carcere egiziano prima di aver affrontato un equo processo. La notizia è arrivata ieri, quando il tribunale del Cairo ha disposto un ulteriore rinnovo della detenzione preventiva per lo studente egiziano dell’Università di Bologna, arrestato con l'accusa di propaganda sovversiva. Sul significato politico di questa decisione prende posizione Erasmo Palazzotto, deputato di Leu e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni: “Ho paura che la vicenda di Patrick Zaki sia diventata molto più che una storia di ordinaria repressione in Egitto – afferma –. Credo che ormai ci troviamo davanti ad un caso simbolo: il governo egiziano userà Patrick per dimostrare la sua forza nei confronti dei paesi europei, ed è una cosa che non ci possiamo più permettere”.

Come si sta muovendo la Commissione d’inchiesta per fare pressione sul governo egiziano, anche per la liberazione di Patrick?

“La Commissione non si occupa in generale di Egitto, ma di ricercare la verità sulla drammatica vicenda di Giulio Regeni. Un compito gravoso. È innegabile che la storia di Patrick la ricordi molto: entrambi studenti, entrambi amanti del sapere e proprio per questo minaccia per uno stato paranoico, quale è l’Egitto. Ma sono storie e vicende che, oltre il simbolico e le similitudini, sono al momento scollegate. Come Commissione sappiamo però che ogni elemento di pressione che riusciamo a esercitare sulle autorità egiziane può essere determinante anche per la liberazione di Patrick, ed è per questo che più volte abbiamo chiesto un intervento deciso da parte del nostro governo”.

In che modo i rapporti politici e diplomatici che l’Italia intrattiene con l'Egitto stanno influenzando la cooperazione giudiziaria? Questo riguarda sia il caso Regeni che il caso Zaki? Con quali differenze?

“Da quello che abbiamo fino ad ora ricostruito, è emerso che più alta è stata la tensione politico-diplomatica tra i due paesi, maggiore è stata la cooperazione sul piano giudiziario. Le due vicende, però, sono diverse e non hanno un collegamento diretto. Patrick Zaki non è un cittadino italiano, e ciò rende molto più difficile un intervento risolutivo da parte del nostro governo. Questo non può essere un alibi per limitarsi ad una presa di posizione formale: Patrick è uno studente di un’università italiana. Il suo arresto riguarda quindi il nostro Paese. Per quanto di drammatico è successo a Giulio, l’Egitto ha un debito enorme nei nostri confronti: il governo dovrebbe fare presente ad Al-Sisi che si è raggiunto il limite e che servono risposte immediate”.

Mentre il Comune di Bologna concede la cittadinanza onoraria a Zaki, il governo dà il via alla maxi-commessa di vendita di armamenti per più di 9 miliardi di euro. Non si tratta di messaggi politici contraddittori?

“Sono segnali molto contraddittori. Sono tanti gli enti locali che, al fianco del cosiddetto Popolo Giallo, non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia per la morte di Giulio Regeni. Sono le istituzioni più vicine ai cittadini, quelle che rispondono di più all’opinione pubblica. Diversamente, il governo centrale risponde più a logiche di continuità e di stabilità di sistema. Garantire una commessa di armamenti di queste dimensioni finisce con l’essere più importante di qualsiasi valutazione etica, morale o di politica estera. Personalmente penso sia un grande errore”.

I buoni rapporti che il governo Conte continua a mantenere con il regime di Al-Sisi non hanno di fatto portato alcun miglioramento nella tutela dei diritti umani, né nella scoperta di verità per Giulio né per la detenzione di Patrick. È il momento di prendere in considerazione l’opzione del ritiro dell’ambasciatore?


“Il ritiro dell’ambasciatore è solo uno degli strumenti della diplomazia, che ha senso se rientra in una strategia generale che punta ad esercitare una pressione diplomatica e politica nei confronti di un paese straniero. Quello che ora sembra colpevolmente mancare è la strategia. Non solo nei confronti dell’Egitto ma anche nei confronti dell’Europa. Giulio era prima di tutto un cittadino europeo e, da europeista convinto, credo che l’Unione Europea non si possa smarcare dalle sue responsabilità. Chiedere verità e giustizia dovrebbe essere interesse generale degli stati membri, tanto quanto garantire il rispetto dei diritti umani nei Paesi con cui intratteniamo rapporti politici, economici e commerciali”.

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