“I migranti sono persone: chi mettete al primo posto, le persone o i confini?” È una domanda che spicca nel breve montaggio, che racchiude un serrato dibattito al Parlamento Europeo, che introduce il film L’amico Siriano di Federico Annibale e Federico de Sivo, presentato ieri, venerdì 25 giugno, al cinema Farnese di Roma. Il documentario è prodotto dalla Michelangelo film di Massimo Spano e da Kokè Lab.  I protagonisti sono Federico Annibale e Mohammed Al Hussini, un migrante siriano bloccato ad Atene da più di cinque anni, amico da lungo tempo del co-regista del film in visita per pochi giorni nella capitale greca.

È il febbraio 2020: si parla già di Coronavirus, i due amici ci scherzano, ma ancora non sanno cosa aspetta tutto il mondo. Federico e Mohammed si erano conosciuti quattro anni prima. Mohammed dice di non aver mai fornito le impronte digitali perché, una volta registrato in Grecia, non potrebbe più venire in Italia. È questo il suo sogno. Ma da 4 anni è fermo ad Atene, in un limbo. Federico gli spiega che troverà degli amici in Italia, ma che non tutte le persone in Italia sono buone.

Quella tra Federico e Mohammed è un’amicizia sincera. Quando si rivedono, a una stazione della metro di Atene, l’abbraccio è di quelli veri, sentiti. Ne vedremo tanti in questo film. “Avevo una famiglia, il lavoro, la macchina, bei vestiti” racconta l’amico siriano. “Ora sono qui, fumo tropo, bevo troppo caffè. Non ho cibo. Dormo per strada”. Mohammed mostra il frigo vuoto. “È un grande problema: mi piace invitare la gente a casa, offrire del cibo”. Mohammed offre al suo amico quel poco che ha: gli prepara il caffè con cura, gli fa barba e capelli con maestria. Federico gli compra un cellulare nuovo, perché il suo è rotto. Così potranno restare in contatto.

Mohammed, nato in Palestina e vissuto a lungo in Siria, è apolide, non ha nazione. Sui suoi documenti è scritto così: è vissuto in Siria, ma non ha mai avuto il passaporto siriano. Ricostruendo i fatti, verrà fuori che Mohammed non aveva mai dato le impronte ad Atene, ma a Lesbo sì. E la sua richiesta di asilo dovrà iniziare dalla Grecia.

L’amico siriano è un film schietto, vero, fatto di immagini di vita quotidiana, come quando i due amici provano a cucinare insieme, e di immagini poetiche, come quelle di una passeggiata al tramonto. In uno dei momenti più intensi del film, Mohammed confessa come abbia pensato al suicidio. I momenti con l’amico lo rasserenano. Il punto è che, a marzo del 2020, arriva il lockdown, le frontiere si chiudono, e tutto diventa più difficile. Anche il nuovo lavoro per Mohammed, in un ristorante, è fermo.

Il film è la storia di un’amicizia, uno spaccato della condizione in cui può vivere una persona in una situazione simile, ma anche una riflessione amara su cosa significhi essere migranti in un’Europa che chiude i confini. Nel film ascoltiamo anche la giornalista tedesca Franziska Grillmeier, che lavora come corrispondente freelance sull’isola greca di Lesbo, tappa di passaggio per tanti profughi siriani. Franziska spiega con lucidità la loro condizione. “Dalla Siria, passando per l'isola di Lesbo, i profughi arrivano ad Atene e dopo un anno il loro processo di asilo finisce. E l'Unhcr non dà più loro i soldi. Ma nella situazione in cui è la Grecia oggi è impossibile trovare lavoro. E così spesso finisci in strada. Con la preoccupazione di finire presi dalla polizia da un momento all'altro e venire rimandati indietro”.

La giornalista tedesca punta l’attenzione anche su un aspetto su cui si riflette poco, visto che si tende a parlare del fenomeno solo pensando ai grandi numeri. È la condizione degli uomini soli. “Sono quelli che finiscono nelle crepe dei servizi sociali e delle Ong, che si concentrano sulle famiglie o sulle donne sole. Agli uomini soli non pensa nessuno e non hanno modo di uscire da questa situazione”.

L’amico siriano è l’opera prima dei cineasti romani Federico Annibale e Federico de Sivo (Federico Annibale aveva realizzato Inshallah Europa, sulla rotta balcanica, con il giornalista Massimo Veneziani). È un film da vedere, allo stesso tempo doloroso, per la condizione che vive Mohammed, e dolce, perché fatto di abbracci, sorrisi, prese in giro, cose che sollevano il cuore. È anche un film in cui esce fuori con forza la potenza distruttrice della pandemia, evento universale che però non ha toccato tutti allo stesso modo: chi viveva in una condizione di precarietà, come Mohammed, oggi si trova in un equilibrio ancora più precario rispetto a prima. E l’Europa ha le sue responsabilità. La storia si ferma in medias res, e Mohammed è ancora in quel limbo. Anche per sapere come sta continuando la sua storia, venerdì 25, dopo la proiezione al cinema Farnese, potrete partecipare al dibattito con i due registi e il produttore Massimo Spano.