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4 giugno 2019 ore: 12:00
Disabilità

Il cinema di Mirko Locatelli: "La disabilità? Sono un regista e basta"

di Chiara Ludovisi

Venticinque anni fa l’incidente che lo ha reso tetraplegico, cambiando la sua vita. Nel 2002 l’ingresso nel mondo del cinema. Dopo aver girato alcuni mediometraggi, recentemente ha portato in sala il suo terzo film, Isabelle. Emancipandosi una volta per tutte dal tema della disabilità

Il regista Mirko Locatelli

Il regista Mirko Locatelli dietro la cinepresa

ROMA - "Il cinema ha la funzione di raccontare storie ed è questo che, come regista, mi propongo. Peccato che i giornalisti, vedendomi, perdano interesse per il mio lavoro, attratti piuttosto dalla mia disabilità. Ne sono consapevole e cerco di non prendermela troppo". Mirko Locatelli è nato a Milano 44 anni fa e dal 2002 fa cinema. Ha iniziato a far parlare di sé nel 2004, con il mediometraggio Come prima, in cui raccontava la storia (quasi autobiografica) di Andrea, un giovane che a 17 anni diventava tetraplegico a causa di un incidente. L’anno successivo, nel documentario Crisalidi, portava la cinepresa in mezzo a un gruppo di giovani, con e senza disabilità, per catturarne momenti di confronto e confidenze. Fin quando, nel 2008, ha esordito con il lungometraggio Il primo giorno d’inverno, nel 2013 ha girato il suo secondo film I corpi estranei e, ultimamente, ha portato in sala il terzo: Isabelle. In ogni sua produzione, accanto a lui in qualità di sceneggiatrice, la moglie Giuditta Tarantelli, insieme alla quale ha fondato, nel 2012, la casa di produzione cinematografica Officina Film. Mirko Locatelli ha perso l’uso delle gambe e delle mani a causa di un incidente, quando era molto giovane. Ma preferisce parlare di film, di linguaggi cinematografici, di storie e di attori: in altre parole, del suo lavoro, della sua passione, della sua ambizione. "Mi ci sono voluti dieci anni per emanciparmi dal tema della disabilità: ora parliamo dei miei film, per favore". Affare fatto. Lo ha intervistato, per SuperAbile Inail, Chiara Ludovisi di Redattore Sociale.

Nella prima stagione della sua filmografia, la disabilità era tema centrale: pensiamo a Come prima, che era quasi autobiografico. Poi che è successo?
Ho iniziato la mia carriera raccontando quel che conoscevo direttamente: la disabilità è stata per dieci anni il tema dominante, perché sentivo una sicurezza e anche un’urgenza su questo. Poi finalmente mi sono smarcato, iniziando a raccontare altro, a inventare storie. Eppure ancora oggi, quando vengo intervistato, spesso il discorso si sposta sulla mia disabilità. Questo non accade quando invio i miei film ai festival internazionali: i selezionatori non mi vedono e quindi mi valutano solo per il lavoro che presento, non per la condizione che vivo. E questo è il bello del cinema: che non esistono sezioni “speciali”, come accade per esempio nello sport. I registi “paralimpici” non esistono, noi siamo registi e basta.

A quale momento della sua carriera risale l’“emancipazione” dalla disabilità?
Sicuramente il mio primo lungometraggio ha segnato l’inizio della nuova stagione: Il primo giorno d’inverno parlava di adolescenza e suicidio, un tema tabù, con cui mi affrancavo anche dall’associazionismo a cui, nei miei primi lavori, mi ero appoggiato.

Qual è, se c’è, il filo conduttore della sua produzione cinematografica?
Innanzitutto il linguaggio: è nel modo in cui racconto le storie che cerco di mantenere una coerenza. Se poi vogliamo individuare un tema, forse possiamo dire che è il bivio: nei miei film c’è sempre qualcuno che deve compiere una scelta, vivere un grande cambiamento, alle prese con un destino che deve prendere in mano. E poi c’è il tema dell’esclusione, dell’isolamento, palese nel primo film, ma rintracciabile anche nel secondo, in cui affronto la questione della migrazione sanitaria: l’isolamento, in questo caso, è quello di Antonio, un padre che si ritrova solo, in ospedale, con un figlio gravemente malato. Nell’ultimo film, l’isolamento è quello di Isabelle, circondata da tante persone ma poi sola con il suo senso di colpa, i suoi silenzi, le tante bugie.

Qualcuno ha definito il suo cinema “sociale”: è d’accordo?
Con il passare degli anni, il tema ha ceduto il passo al linguaggio: è il modo in cui racconto la storia che caratterizza il mio cinema, più che ciò che voglio dire. Smarcarmi dal tema mi permette di essere più libero nel racconto. Isabelle, il mio ultimo lavoro, segna l’emancipazione piena dalla questione sociale: è un ibrido tra un dramma intimista e un thriller, ma senza gli ingredienti di quest’ultimo. Tutti i personaggi sono in caduta libera, trascinati da Isabelle. La storia prende spunto da una lettera che io e mia moglie leggemmo sul Corriere della sera: la scriveva un uomo che aveva perso la moglie in un incidente provocato da un pirata della strada. Siamo partiti da quella vicenda e abbiamo immaginato un colpevole diverso dal solito: non brutto, né nero, né cattivo, ma una donna “pulita”, borghese, rispettabile.

Nel suo primo mediometraggio, ha fatto interpretare il ruolo di un ragazzo con disabilità a un attore non disabile: una scelta discutibile. O no?
No, non credo. Quando fai film di fiction, hai a che fare con un personaggio, non con una persona. Allora non si può pretendere che la disabilità diventi un requisito, un criterio di selezione.

Alla fine eccola, la domanda sulla disabilità: quali limiti impone e come condiziona il suo lavoro?
In nessun modo e non impone alcun limite, a meno che il set non si trovi al quinto piano di un palazzo senza ascensore. Per il resto, non devo maneggiare strumenti, non è il mio compito. Il mio lavoro, invece, è fatto di tante parole e per quelle non ho alcun impedimento. Dedico molto tempo alla preparazione dell’attore, in un confronto continuo che deve condurre a un affidamento totale: di solito va a finire che gli attori si rivolgano a me anche per capire come debbano camminare. 

 

 

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