20 maggio 2019 ore: 10:06
Immigrazione

Accoglienza, un'operatrice: "Finiranno esperienze preziose"

Camilla ha 26 anni e lavora a Firenze. Come operatrice legale nei Centri di accoglienza straordinaria. “Per via dei tagli, tra due mesi chiuderemo e le 200 persone che in questi anni si sono inseriti in questo contesto sociale non si sa dove andranno. Rammaricati anche i vicini di casi, che con loro si sentivano più sicuri”
Roberto Brancolini Accoglienza stranieri casa cucina tavola

ROMA - “Mi chiamo Camilla, ho 26 anni e sento l'impellente bisogno di gettar luce sul cataclisma che si sta abbattendo sul sistema italiano di accoglienza dei richiedenti asilo. Cataclisma che quasi nessuno ha raccontato e sta raccontando in maniera completa e corretta, e che invece dovrebbe interessare tutti quanti per le implicazioni sociali, politiche, morali che inevitabilmente porta con sé”. Inizia così la lettera arrivata qualche giorno fa alla nostra redazione da Camilla Donzelli, che dal 2017 lavora come operatrice legale nei Centri di accoglienza straordinaria, che fanno parte del -circuito cosiddetto “di prima accoglienza” gestito dalle prefetture. “La mia mansione consiste nell'orientare e supportare i richiedenti asilo nell'arco di tutto l'iter burocratico. Il mio è un lavoro delicato e complesso - spiega - che comporta un'inevitabile condivisione di vissuto umano con ciascun richiedente ed un conseguente carico emotivo non da poco. Per gestire al meglio un ruolo di questo tipo, servono chiaramente delle competenze specifiche: parlo inglese, ho una laurea e due specializzazioni, nonché svariati corsi di formazione e aggiornamento. Inutile dire che, nonostante le difficoltà e le fatiche, amo moltissimo il mio lavoro e non riesco, non posso immaginarmi a fare altro”.

La ragione per cui Camilla ha sentito il bisogno e l'urgenza di scrivere questa lettera di denuncia è racchiusa in poche parole: “Fra due mesi tutto questo finirà”. Perché? “Perché è stata dichiarata guerra 'all'invasore nero' e il sistema di accoglienza è di fatto stato smantellato a suon di slogan e decreti sicurezza di dubbia costituzionalità”. Slogan e decreti accompagnati da tagli alle risorse, come quelli ai fondi destinati all'accoglienza, che hanno inevitabili conseguenze: “Qualche giorno fa, i coordinatori della cooperativa per cui lavoro ci hanno comunicato la volontà di non partecipare al nuovo bando pubblicato dalla Prefettura”.

Poche cifre bastano a spiegare questa decisione: “Per l'accoglienza 'diffusa', che è la tipologia di servizio per cui lavoro (appartamenti che ospitano poche persone, tendenzialmente ubicati nel centro o in prossimità delle cittadine in cui si collocano), il nuovo bando – interamente elaborato dal Ministero dell'Interno ed imposto a tutte e che  le Prefetture d'Italia senza distinzioni – prevede un taglio drastico dei fondi, che passano da 35 a 18 euro pro capite pro die. Questi 18 euro, secondo il Ministero, dovrebbero andare a coprire il canone di affitto degli appartamenti, i costi delle utenze, la spesa settimanale al supermercato e il pagamento del personale impiegato nei servizi (operatori, assistenti sociali, psicologi, operatori legali, ecc.). In altre parole: una vera e propria presa in giro – afferma Camilla - e un palese tentativo di boicottare una gestione intelligente ed efficace dell'accoglienza”. Tanto che “in molte province d'Italia i bandi stanno andando deserti – ricorda Camilla - Cooperative ed associazioni si sono accordate per non presentarsi, in modo da mandare un messaggio chiaro al governo: accettare condizioni economiche simili significherebbe compromettere gravemente la qualità dei servizi, con pesantissime ripercussioni sia sugli accolti (pessime condizioni igienico-sanitarie, servizi di supporto scarsi o assenti) che sui lavoratori (sottopagati, nella migliore delle ipotesi; licenziati nella peggiore). Per anni noi lavoratori impiegati nell'accoglienza siamo stati usati per gestire quella che veniva spacciata come 'un'emergenza' – denuncia Camilla -, usati per arginare un fenomeno sociale senza che mai si pensasse ad interventi seri e strutturali, usati e sottopagati per mediare e sopperire alle carenze di istituzioni impreparate e incompetenti, usati all'occorrenza per strumentalizzazioni varie ed eventuali. E ora gettati via come se nulla fosse. Le stime parlano di quasi 20 mila lavoratori, perlopiù giovani. Persone qualificate, competenti, che credono in quello che fanno e lo fanno bene, nonostante lo scarso ritorno economico in busta paga”.

Soprattutto, però, "ridurre drasticamente i fondi significa spazzar via le esperienze di accoglienza diffusa, quelle che funzionano e innescano processi virtuosi a beneficio di tutti. Al contrario, con quei 18 euro si incentiva l'apertura delle uniche strutture che potranno sopravvivere con fondi così scarni: i maxi agglomerati, ghetti-dormitorio auspicabilmente isolati dai centri cittadini, privi di servizi di supporto. Un boccone ghiotto che farà sgomitare mafie e delinquenti vari. Delle bombe sociali pronte ad esplodere”.

L'allarme lanciato da Camilla non riguarda quindi soltanto il contesto in cui lei stessa lavora: contesto comunque significativo, visto che “le strutture di cui mi occupo accolgono circa 200 persone solo nella provincia di Firenze”. Che sarà di loro, una volta che il progetto chiuderà i battenti? “Verranno trasferiti in altre strutture, ma l'incognita è: quali? Ancora non sappiamo quante e quali cooperative e associazioni parteciperanno alla nuova gara qui a Firenze. Nell'ipotesi in cui dovessero partecipare pochi aspiranti enti gestori i posti messi a bando non verrebbero interamente coperti, quindi le persone ad oggi accolte potrebbero essere trasferite in altre zone d'Italia. Se invece la partecipazione ai bandi dovesse risultare pressoché nulla un po' in tutte le zone d'Italia, le prefetture potrebbe decidere di individuare loro stesse delle strutture in cui collocare i richiedenti (presumibilmente caserme dismesse), procedendo con affidamenti diretti ad enti gestori da loro designati. Due ipotesi comunque preoccupanti, visto che parliamo di persone che vivono qui mediamente da 2-3 anni, quindi hanno sviluppato dei legami col territorio che vanno dalle semplici (ma non poco importanti!) amicizie alla frequenza a corsi di italiano e corsi di formazione, fino allo svolgimento di attività lavorative varie. Un esempio? Abbiamo iniziato a chiudere alcune delle nostre strutture e durante il trasloco di una di queste, l'anziana inquilina della casa di fronte ha avvicinato gli operatori, dicendo loro che all'inizio, quando la struttura aveva aperto, era preoccupata per l'arrivo di tutti quegli stranieri; ora, dopo anni di vicinato e l'instaurazione di bei rapporti con molti di loro, la preoccupazione è ben più grande nel vederli andar via, perché erano proprio loro, gli accolti nel centro, a darle un senso di sicurezza mai provato.”

© Copyright Redattore Sociale