18 settembre 2020 ore: 15:27
Non profit

Coronavirus. Il report di Csvnet: “Volontari spesso utilizzati come manovalanza a costo zero”

La denuncia raccolta nell’indagine “Il volontariato e la pandemia” pubblicata oggi e condotta tra i Centri di servizio di tutta Italia. Un viaggio tra criticità e opportunità. E nei Csv ci si chiede come “capitalizzare” l’onda emotiva che ha portato migliaia di nuovi volontari
volontari csv
ROMA - Nuovi volontari, servizi ripensati e una grande risposta nei mesi del lockdown, ma l’emergenza sanitaria e sociale dovuta al Covid-19 ha portato alla luce anche potenzialità da non perdere e questioni irrisolte nel mondo del volontariato. È quanto spiega il report “Il volontariato e la pandemia. Pratiche, idee, propositi dei Centri di servizio a partire dalle lezioni apprese durante l’emergenza Covid-19”, realizzato da Csvnet dopo la consultazione di tutti i Csv svolta a giugno 2020 e attraverso un’indagine sui mesi del lockdown realizzata a livello nazionale. Secondo Csvnet, il report mette sul tavolo un’agenda “ambiziosa, ma realistica”, come spiega il presidente Stefano Tabò nella prefazione, e il modo stesso in cui è stata costruita è un “investimento che risulterebbe sprecato se non ne derivassero puntuali conseguenze operative”.
 
Per Csvnet, una delle “questioni più delicate” sottolineate dal report “riguarda i rapporti del volontariato con le istituzioni, con i comuni in particolare - si nelle nella nota di Csvnet -. Un rapporto che durante la pandemia ha mostrato in modo eclatante i suoi limiti”. Secondo quanto raccontato dai protagonisti dei Csv, i comuni più grandi hanno reagito bene, coinvolgendo nella programmazione anche il terzo settore, con qualche eccezione dove è emersa “una estrema difficoltà ad essere collettore di bisogni e di risorse”, ma è la situazione dei piccoli centri a preoccupare, dove “la percezione di un ‘grande sbandamento’ è molto diffusa”, spiega il report. “Impietoso il giudizio dei Csv sulla cultura delle istituzioni locali verso il volontariato e il terzo settore in generale”, aggiunge il report. “Sulla base di decine di affermazioni ascoltate potremmo sintetizzarlo con queste parole: in prevalenza gli enti pubblici (non solo i piccoli comuni) tendono a utilizzare il volontariato in modo improprio, regressivo e residuale: una manovalanza veloce e a costo zero”. Sebbene in alcuni territori c’è una più avanzata la cultura del fare rete e della pari dignità tra pubblico e privato, “gran parte dei Centri di servizio convengono nel giudicare strumentale e regressivo l’atteggiamento delle istituzioni locali verso i volontari, considerati spesso come ‘utili idioti’ o ‘questuanti inopportuni’”. Per questo i Csv ritengono “urgente consolidare le connessioni con gli enti pubblici e privati - spiega il report -, la co-progettazione delle politiche, rafforzando però la consuetudine a lavorare in rete anche all’interno dello stesso terzo settore. Un lavoro a media-lunga scadenza che consiste nel “riempire gli spazi vuoti” e che deve partire subito”.
 
L’emergenza, inoltre, ha messo in mostra anche punti di forza e fragilità dello stesso terzo settore. “Il primo elemento balzato agli occhi con chiarezza era prevedibile - spiega il report -: la grande differenza tra le associazioni ben organizzate e quelle più fragili: quelle dotate di una struttura e di “un pensiero almeno a breve termine”, sono riuscite a “reggere il colpo”; le altre hanno fatto ancora più fatica.” Tuttavia, la “vera lezione” appresa da molti Csv è che “talvolta le associazioni tradizionali dimostrano scarsa elasticità e innovatività, e meno abilità nell’intercettare problemi complessi e in rapida evoluzione - si legge nel report -. Al contrario, realtà più recenti e leggere nell’emergenza si sono dimostrate dinamiche e capaci di dare risposte a fenomeni sociali inediti; e anche di attrarre risorse volontarie, non solo giovani”.
 
Una delle cause che ha portato al blocco delle attività di alcune realtà è stata “l’impossibilità di contare sui volontari più anziani, che costituiscono la maggioranza o la totalità dei componenti di molte associazioni”, spiega il report. “Il ‘ricambio generazionale è sempre più questione di vita o di morte’ per il volontariato, ha affermato più di un direttore - si legge nel report -. Agli anziani è stato spesso sconsigliato di intervenire e in generale è venuta a mancare una grande fetta di forza lavoro che non si è riusciti a riattivare appieno da remoto”. Gli strumenti digitali, spesso “snobbati” chiarisce il report, hanno finito per giocare un ruolo fondamentale in alcune organizzazioni. “Da noi, - ha raccontato una direttrice - i giovani sono diventati in più di un caso una fonte di apprendimento per la terza età sull’utilizzo delle tecnologie, rimettendola in gioco: abbiamo capito l’importanza di attivare processi intergenerazionali, di lasciare costantemente aperti dei cantieri su questo fronte”. E in altri territori dove questi cantieri non c’erano, si è sopperito sul momento grazie alla prontezza di “alcune associazioni con volontari giovani che sono andate in soccorso di altre che avevano volontari più anziani”.
 
La questione che appare tra le più urgenti, tuttavia, è quella di come fare tesoro dell’onda “emotiva” di migliaia di cittadini che hanno mostrato la disponibilità a fare volontariato durante la pandemia. “Cosa succederà - chiede nel report uno dei dirigenti dei Csv intervistati - quando quest’onda sarà rientrata?”. “Come ‘capitalizzare questa spontaneità’ e trattenerla almeno in parte oltre l’emergenza? Sarà una delle piste di lavoro più fertili anche per i Csv”, spiega il report. Secondo alcune testimonianze raccolte tra i Csv molti nuovi volontari sono rimasti in contatto con le associazioni, mentre secondo altri tutto questo presto finirà.
 
La lunga serie di impegni che i Csv hanno dichiarato di voler assumere nel report sono un chiaro segnale che l’esperienza maturata in questi mesi non andrà persa. Il primo passo da compiere è quello di “essere più predisposti a riconoscere e anticipare i fenomeni, le crisi e i bisogni della popolazione”, a non aver paura di sperimentare quando serve e ad essere più pronti dal punto di vista organizzativo di fronte alle emergenze. “Come? La risposta corale è che serve un Csv più elastico, meno burocratico - si legge nel report -, che stabilisca le cose da fare e i servizi da erogare senza troppi passaggi e con tempi decisionali più brevi: un Csv più efficiente nel sostenere la rapida attivazione delle associazioni. E ciò significa sia moltiplicare gli attrezzi della nostra cassetta, per non reagire sempre con le stesse modalità, sia avere meno rigidità nella riprogrammazione strategica e finanziaria”.
 
A Csvnet, invece, il compito di “svolgere un ruolo politico”, chiedono i responsabili dei vari Csv italiani. “E deve farlo senza timore di ‘esserne contaminato’ - si legge nel report -. Quando occorre, deve insomma ‘criticare senza paura’, ‘osare’ di più. Un Csvnet che “sia sui tavoli decisionali” e che diventi un “interlocutore a 360 gradi” di tutti i soggetti che hanno a che fare con la sua missione”.(ga)
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