29 marzo 2018 ore: 14:31
Economia

Reddito di cittadinanza. Ha ragione Boeri (Inps) o il Movimento 5 Stelle?

Massimo Baldini, professore di Economia Pubblica all'Università di Modena, fa chiarezza sulle due stime contrapposte: dai 38 miliardi di euro paventati dal presidente dell'Inps ai 15 dei pentastellati. E mette in guardia sul tema risorse: "I soldi non ci sono. Si rischia una procedura Ue per deficit eccessivo"
Monete in fila - Economia, povertà, reddito - SITO NUOVO

ROMA - Il Reddito di inclusione ha ingranato, lo ha detto l'Inps presentando ieri i primi dati in pompa magna, ma la discussione del day after è tutta su due soli numeri: 35-38 miliardi di euro o poco meno di 15. Sono le due stime contrapposte del costo del Reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 stelle che, forte del risultato alle elezioni politiche, torna a ribadire come priorità. Un braccio di ferro che vede il presidente dell'Inps, Tito Boeri, sostenere la stima più alta e i pentastellati quella più contenuta. "Basta bugie sul reddito di cittadinanza - hanno risposto ieri capigruppo del Movimento, Giulia Grillo e Danilo Tondelli alle dichiarazioni di Boeri -. L'Istat ha calcolato in 14,9 miliardi la spesa annua, più 2 miliardi d'investimento il primo anno per riformare i centri per l'impiego". Tra queste due stime, ce n'è una terza di cui avevamo parlato anche su Redattore Sociale. L'avevano avanzata gli economisti Massimo Baldini, professore di Economia Pubblica all'Università di Modena, e Francesco Daveri su Welforum.it,Osservatorio nazionale sulle politiche sociali. In quella occasione, la stima del costo del Reddito di cittadinanza, così come pensato dal M5s, si aggirava attorno ai 29 miliardi di euro.

Partiamo dai numeri. Qual è la stima più verosimile sul costo del Reddito di cittadinanza: quella di 38 miliardi avanzata da Boeri o quella sostenuta dal Movimento 5 stelle di circa 15 miliardi? Per Baldini, bisogna partire ddl proposto nella passata legislatura dal M5s. "Nel testo c'è scritto che il reddito di cittadinanza copre tutta la differenza tra una certa soglia e il reddito monetario della famiglia - spiega -. E la soglia è quella di povertà relativa Eurostat, ovvero il 60 per cento del reddito equivalente mediano. Il ddl, però, non fa alcun riferimento ai fitti imputati, né all'affitto effettivo pagato né all'affitto figurativo che le famiglie che vivono in proprietà hanno, che sarebbe il beneficio di possedere la casa". Prendendo alla lettera il ddl del M5s, quindi "il calcolo della spesa è 29 miliardi circa - aggiunge Baldini -, ma si tratta di una indagine che ho fatto sulla base di numeri di qualche anno fa. Boeri ha rifatto i calcoli su un campione più recente. Negli ultimi anni, in Italia, sta aumentando la quota di famiglie in povertà relativa, lo ha detto anche la Banca d'Italia, e vuol dire che ci sono più famiglie che stanno sotto la soglia individuata dal ddl dei 5 stelle e questo dovrebbe spiegare l'aumento del costo. Non è aumentata tanto la povertà assoluta, almeno speriamo, ma la povertà relativa. Se rifacciamo i conti con dati più aggiornati la spesa teorica aumenta".

I dati Istat a cui fa riferimento il M5s. Sebbene i capigruppo del Movimento abbiano tirato di nuovo in ballo le statistiche dell'Istat, per Baldini bisogna prenderle con le pinze. "Per tradizione, quando calcola il tenore di vita delle famiglie, l'Istat aggiunge sempre gli affitti imputati e in questo modo si differenzia il benessere effettivo di chi vive in affitto da chi vive in casa di proprietà. A parità di reddito monetario, è chiaro che se vivo in casa di proprietà sto meglio - spiega Baldini -. E' giusto introdurre questa differenza. Il problema è che il Movimento 5 stelle, invece, prendendo alla lettera il metodo Eurostat, e forse non pensandoci, non ha introdotto questa differenza. Per cui se prendiamo il ddl, la spesa supera i 30 miliardi. Se invece differenziamo, allora la spesa cala. Anch'io trovo ragionevole che si debba differenziare e il Reddito di inclusione differenzia tra chi vive in affitto o in casa di proprietà".

La questione della sostenibilità economica. Una cosa è certa. Che siano 15 i miliardi necessari o anche più di 30, il nodo da sciogliere è come sempre quello delle risorse. Ad oggi, infatti, a fatica si è riusciti a stabilizzare il Fondo contro la povertà e a destinare i circa 2 miliardi per il Reddito di inclusione. Riuscirà la prossima legislatura a portare a casa anche soltanto 15 miliardi? "Penso di no, perché i soldi non ci sono - spiega Baldini -. Bisogna già trovare 12 miliardi per evitare l'aumento dell'Iva. Se non dovessimo trovarli aumenterebbe il deficit e arriverebbe al 2 per cento. Se poi aggiungiamo di colpo altri 13 miliardi, perché ci sono già le risorse del Rei, si va a sfiorare il 3 per cento del deficit e a quel punto l'Unione europea potrebbe minacciare l'Italia di metterci in procedura per deficit eccessivo. Lo spread potrebbe aumentare, la spesa per gli interessi... Penso che non lo faranno, ma che sia facile per un eventuale governo che abbia intenzione di introdurre il Reddito di cittadinanza di inserirsi sulla misura che c'è già, ovvero il Rei, potenziandolo con un incremento di spesa anche di un miliardo all'anno, per raggiungere una copertura elevata a fine legislatura. Le vie d'uscita ci sono".

E se il prossimo governo decidesse di cambiare il Rei? I dati presentati dall'Inps sul Reddito di inclusione ci dicono che una misura di questo tipo sia ormai indispensabile. Ma se durante la prossima legislatura si volesse cambiare il Rei, per Baldini ci sono due strade da seguire. "La prima è aumentare l'erogazione massima per chi non ha nulla - spiega -. Per un singolo adesso è 187 euro e si potrebbe andare a 300. L'altra cosa è garantire una erogazione minima, che adesso non c'è. Oggi il Rei è uguale alla soglia di povertà meno il reddito del richiedente e quindi può anche venir fuori che una famiglia riceva soltanto pochi euro al mese. Non ha molto senso. In realtà succede poche volte, perché in Italia ci sono tantissime famiglie che hanno un Isee pari a zero e attualmente il trasferimento medio è molto vicino a quello massimo. Questo vuol dire che le famiglie che finora hanno fatto domanda sono quelle messe peggio". Due proposte che ovviamente richiedono un aumento di risorse. "E' quello che dice l'Alleanza contro la povertà - spiega Baldini -. Il Rei è un'ottima cosa, bene che si sia deciso renderlo universale a tutte le famiglie da luglio, ma si spende ancora poco. L'Alleanza chiede 7 miliardi per coprire i poveri assoluti".

Intanto il Rei ha già fatto qualche scoperta. Le domande presentate per ottenere il Rei non hanno mostrato soltanto che la povertà assoluta in Italia abbia raggiunto livelli preoccupanti. I dati sui primi beneficiari snocciolati da Boeri, hanno portato alla luce anche aspetti inediti del fenomeno. "C'è questa fascia non coperta che si sta manifestando - racconta Baldini -. Colpisce il numero dei nuclei beneficiari con una sola persona. In questi anni si parla molto dell'aumento della povertà fra i giovani e le famiglie numerose, e invece c'è anche una fascia di 50enni che è rimasta spiazzata dalla crisi, che non ha figli e che però è in grosse difficoltà. Forse sono lavoratori autonomi, messi in crisi non solo dalla congiuntura, ma anche dal cambiamento del mondo del lavoro, dai mercati online. Tutti fenomeni nuovi che bisogna studiare meglio quando ci saranno dati più dettagliati. Il Rei quindi permette di cogliere fasce di povertà nuove o sottovalutate. Altra cosa interessante è che buona parte dei beneficiari del Rei, finora, sono famiglie italiane. Perché al Sud la povertà è un fenomeno ancora soprattutto italiano". (ga)

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