12 agosto 2019 ore: 12:08
Disabilità

Gianfranco Berardi: un attore (cieco) contro-temporaneo

INCHIESTA. Ha perso la vista a 19 anni. "E forse non avrei recitato se non fossi diventato cieco. In fondo il teatro rende forti i fragili e, viceversa, rende deboli i potenti. La scena non mente: viene fuori l’io e non l’ego, quello che sei e basta"
Foto di Antonio Ficai Gianfranco Berardi in Amleto Take Away. Foto di Antonio Ficai

Gianfranco Berardi in Amleto Take Away

ROMA - Potenza, comicità o delicatezza sono la forza dei suoi spettacoli (suoi e di Gabriella Casolari, con cui nel 2008 ha fondato la Compagnia Berardi Casolari). Una forza che risiede soprattutto nel testo, nella fisicità e in una scenografia scarna e minimale che mette in risalto gli attori. Il loro lavoro è frutto di "una “nuova drammaturgia” contro-temporanea" che fonde l’aspetto popolare, il teatro tradizionale e un linguaggio più sperimentale e innovativo, tanto da definire le loro opere vere e proprie tragicommedie "in cui la miseria del vivere e i drammi si tingono di leggerezza, provocazione e riflessione". In più, Gianfranco Berardi – classe 1978, non vedente, che ha eletto la sua dimora a Crispiano (Taranto) – possiede quel physique du rôle che gli permette di essere credibile anche in parti molto diverse tra loro. Senza nascondere la sua cecità nemmeno sul palco. L’intervista all’attore è stata pubblicata sul mensile “SuperAbile Inail”.

"La nostra poetica – parlo al plurale perché con Gabriella siamo un duo – osserva con ironia la realtà che ci circonda e ci spaventa, analizza i paradossi, indaga gli ossimori, i deliri moderni, filtrandoli però attraverso il nostro vissuto, la nostra esperienza, l’introspezione". Ecco allora che in “Amleto take away”, la loro ultima fatica, il principe di Danimarca diventa "il figlio, cieco, di un re operaio che lavora all’Ilva e che nel rapporto con il padre mette anche qualcosa di personale e autobiografico come il ricordo del viaggio fatto in Inghilterra per cercare una cura per la sua neuropatia ottica. E dove l’amore per Ofelia si trasforma in indebolimento delle relazioni, in sentimenti sempre più virtualizzati, in una felicità fatta di like". Anche “In fondo agli occhi” parlava di cecità, ma in quel caso "come metafora della condizione di crisi dell’individuo: il buio come assenza di prospettive, paura, incertezza, insicurezza, condizione vacillante dell’uomo, bisogno di cura e di accudimento. Io e Gabriella raccontiamo noi stessi attraverso il mondo, e un pezzo di mondo attraverso le nostre esperienze". Raccontano un popolo accecato. "Ma la cecità può volgere anche al positivo, può essere uno spunto per superare una condizione" di disagio esistenziale. Berardi è una cascata di parole veloci, profonde e spiazzanti come lo sono i suoi spettacoli e il suo pensiero. "È la differenza che crea le persone: le difficoltà sono diverse per tutti, così come le disabilità non sono tutte uguali. Anche la società di oggi ci spinge a essere originali e unici a tutti i costi, ma poi, per farlo, ci induce a essere omologati agli altri nel modo di vestire" o nella frequentazione dei locali di tendenza.

Gianfranco ha perso la vista a 19 anni. "E forse non avrei fatto l’attore se non fossi diventato cieco. Da adolescente ero un “talento da oratorio” anche perché, magrolino e miope, non ero portato per lo sport. Per assorbire il crollo ho scavato nelle macerie del mio passato da ragazzino di parrocchia, dove solo sul palco trovavo un po’ di lustro. Dopo la maturità non sapevo più che fare: la facoltà di medicina non era adatta per un non vedente, così mi sono iscritto prima a giurisprudenza e poi a scienze politiche. Finché non ho deciso di frequentare un laboratorio di teatro per giovani con problemi di tossicodipendenza. Lì mi hanno consigliato di provare con una formazione più professionalizzante come i corsi triennali organizzati dall’allora Ente teatrale italiano a Martina Franca". Berardi sperimenta così i workshop di teatro-danza, full contact, incontra registi, autori e drammaturghi come Davide Iodice, Virgilio Sieni e Motus. Al secondo anno viene scelto da Marco Manchisi per realizzare “Viaggio di Pulcinella alla ricerca di Giuseppe Verdi”, spettacolo in cui conosce Gabriella Casolari. "Da lì in poi il gioco si è trasformato in mestiere, tanto che non ho nemmeno terminato il corso. Forse ero già attore prima di diventarlo". Nel 2005 vince il Premio Scenario con “Il deficiente”, dove interpreta il fratello vedente di un ragazzo cieco. "Nell’arte sono la specificità e la bravura a fare la differenza". Perché in fondo "il teatro rende forti i fragili e, viceversa, rende deboli i potenti. La scena non mente: viene fuori l’io e non l’ego, quello che sei e basta". Senza nessun trucco e senza alcun inganno. 
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