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"Migrare per curarsi": 750 mila ricoveri fuori regione. Disagi per le famiglie

Ricerca del Censis per l'associazione CasAmica onlus. Nel 21% dei casi la motivazione che spinge i malati a spostarsi è l'impossibilità di fruire nella propria regione delle prestazioni di cui si ha bisogno o liste d’attesa troppo lunghe. Aumentano le case d'accoglienza delle associazioni

09 marzo 2017

Roma - Comunemente definiti migranti sanitari, pellegrini della salute: sono centinaia e centinaia di migliaia in Italia. Da dove vengono, dove vanno, quanto spendono e quanto costano i migranti  della salute in Italia? Quanto pesa doversi curare lontano da casa? Quali motivazionispingono i malati a partire per curarsi? Le risposte a queste domande sono contenute nella ricerca ‘Migrare per curarsi”, realizzata dal Censis su incarico dell’associazione CasAmica onlus, presentata a Roma.  

La ricerca "Migrare per curarsi" (Censis 2016) rileva che in Italia sono circa 750 mila i ricoveri fuori regione di residenza, e circa 640 mila sono gli accompagnatori. Cosa spinge un malato e i suoi familiari ad emigrare per farsi curare? Il 54% sono motivazioni pratico-logistiche; il 25% la necessità, il 21% è l'impossibilità di fruire, nella propria regione, delle prestazioni di cui si ha bisogno, o la presenza di liste d’attesa che allungano eccessivamente i tempi per ottenerle (prevalentemente sud-nord). Nel 55% dei casi le persone migrano dietro il consiglio del medico di famiglia. 

-Complessivamente dunque il "fenomeno" della migrazione sanitaria interregionale riguarda direttamente e indirettamente circa 1.400.000 cittadine e cittadini. Si tratta di un numero prudenziale che non corrisponde esattamente a quello delle persone, perché alcuni malati vengono ricoverati più di una volta nello stesso anno (circa l’8-9%), altri addirittura più di due volte durante l’anno (il 12-13%). A ognuno di questi ricoveri corrisponde un viaggio o un allungamento della permanenza fuori casa, un ulteriore disagio per il paziente e per il suo accompagnatore soprattutto per la ricerca di una nuova sistemazione. I viaggi per raggiungere l’ospedale di riferimento sono lunghi, e costosi, come costosa per il malato è la permanenza nei pressi dell’ospedale dove combattere la malattia, propria, o dei propri cari. Il tempo di permanenza medio lontani da casa è di una/due settimane, il 21% oltre i 15 giorni. Un quinto delle persone ricoverate fuori regione accede alle cure in regime di day hospital. Sono 90 mila i nuclei familiari in serissima difficoltà.

Il primo disagio indicato da un malato costretto a trasferirsi fuori regione per curarsi è relativo alle spese di vitto e alloggio che corrispondono quasi al 50% del totale di quelle sostenute. Il 58% lamenta l’onerosità dei costi monetari sostenuti per la migrazione. Il 43% fa riferimento a difficoltà di ordine psicologico ed emozionale, senso di solitudine. Oltre il 30% del totale segnala l’indebolimento della sua situazione lavorativa. Nel caso dei pazienti oncologici i costi diretti (visite mediche, farmaci, infermieri privati, viaggi) che le famiglie devono affrontare ammontano a circa 7 mila euro l’anno. Mediamente un malato adulto perde, da mancati guadagni, 10 mila euro l’anno. Il suo familiare accompagnatore ne perde 6 mila e nel 70% dei casi riconosce che ha subito dei cambiamenti al lavoro, nel 20% dei casi ha proprio dovuto lasciarlo, nel 2% dei casi è stato addirittura licenziato. Il 37% dei migranti propenderebbe per un ricovero nel proprio territorio a causa dei disagi per il ricovero lontano da casa. 

Il flusso dal Sud agli ospedali del centronord è pari a circa 218 mila ricoveri all’anno. E’ tra queste cittadine e cittadini malati che il disagio cresce e raggiunge livelli di drammaticità e mette a dura prova la stabilità economica ed emotiva di persone già in stato di fragilità a causa della malattia. In molti casi i malati e loro accompagnatori sono costretti a dormire su una panchina oppure in macchina accanto al luogo di cura non potendosi permettere il costo di un alloggio. In particolare per loro sono nate e cresce il numero di anno in anno delle strutture d’accoglienza temporanea messe a loro disposizione dalle associazioni di volontariato. 

Esistono delle vere e proprie ‘capitali’ della migrazione sanitaria, dove si concentra l’eccellenza sanitaria ospedaliera in termini di alta specializzazione e attrezzature. Sono le grandi città del centro-nord e, all’interno di queste ci sono 10 ospedali che attraggono più del 25% dei flussi. Basti pensare che il Lazio cura ogni anno 18 mila minori, più del doppio di qualsiasi altra regione. I ricoveri dei minori fuori regione sono ogni anno circa 70 mila. 

Nella maggior parte delle analisi sulla migrazione sanitaria in Italia questa risulta infatti spesso associata al trattamento di malattie croniche e gravi, per le quali ancora non esiste una cura definitiva (tumori, alcune malattie cardiache, pediatriche). Per questo tipo di patologie, particolarmente complesse, la diagnosi e la cura richiedono generalmente sforzi economici e scientifici che, portano allo sviluppo di centri specializzati e centri di eccellenza che tendono a rappresentare un polo di attrazione nazionale. In un contesto di transizione epidemiologica, tipica dei paesi industrializzati, in cui si evidenzia un netto passaggio da una prevalenza di patologie di tipo acuto infettivo a quelle di tipo cronico degenerativo in linea con il progressivo invecchiamento della popolazione, questo genere di migrazione sanitaria regionale rappresenta un fenomeno abbastanza inevitabile. 

Il privato sociale riesce ad aiutare poco più del 10% dei migranti sanitari. Si moltiplicano dunque le associazioni nate per offrire loro assistenza e un alloggio prossimo al luogo di cura, quasi sempre gratuito, oppure proposto a tariffe irrisorie, sia al malato che agli accompagnatori, per l’intera durata delle terapie e dei controlli e, nel caso dei minori, l’ospitalità è estesa anche all’intero nucleo familiare. In relazione ai costi privati intangibili e tangibili e alle necessità che emergono in relazione alla lontananza dalla propria casa è interessante indagare la questione dell’alloggio per i periodi di permanenza che, come si è visto possono essere brevi o lunghi, legati a eventi singoli o che si ripetono periodicamente. Una delle risposte offerte da privati comprende le associazioni che si sono specializzate nell’accoglienza a malati e familiari/amici che si spostano per motivi sanitari. 

L’associazione di volontariato in genere  fornisce un luogo attrezzato e accogliente in cui trascorrere l’attesa o la quotidianità, un posto dove dormire, mangiare, trascorrere del tempo in compagnia o meno. Offre ascolto e dialogo, dà la possibilità di trovare un sostegno e tranquillità a chi li cerca. Sono sempre in primo piano i bisogni degli ospiti e la consapevolezza che il momento in cui si incontrano è di difficoltà e fragilità per loro.

Tra le realtà del non profit italiano impegnate in questo ambito c’è CasAmica onlus, promotrice della ricerca. Sono 70 mila i migranti sanitari accolti in 30 anni nelle 4 case d’accoglienza a Milano - nel 2015 ne ha accolti 4.168. Ha da poco raddoppiato la capacità d’accoglienza arrivando a 186 posti letto in totale. Alle 4 case d’accoglienza già attive a Milano si sono da poco aggiunte una casa a Lecco, e una casa a Roma, nei pressi del Policlinico Universitario Campus Biomedico, non lontana dall’Istituto Nazionale dei Tumori Regina Elena e dall’Ospedale Sant’Eugenio, dotata di 25 camere doppie e servizi comunitari, e una rete di volontari a disposizione degli ospiti. 

CasAmica onlus rivolge alle istituzioni un accorato appello affinché si impegnino a sostenere il privato sociale. Auspica il riconoscimento normativo giuridico delle case d’accoglienza per migranti sanitari, ancora oggi nella stessa categoria delle case per ferie, che rispondono ad un bisogno temporaneo di alloggio. Per l'associazione sarebbe funzionale l’attivazione di un tavolo di lavoro per trovare sinergie tra privato sociale, ospedali, istituzioni: questo, tra l’altro, consentirebbe di “crescere” nell’offerta di servizi di umanizzazione e di iniziare un processo virtuoso di riduzione dei costi della degenza ospedaliera, e l’accesso alle terapie in regime di day hospital. 

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Tag: Famiglia, Sanità, Censis

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