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Diritti violati nell’hotspot di Lampedusa. "La struttura resta inadeguata"

E’ un quadro di illegalità e violazione dei diritti umani quello messo in luce dal dossier realizzato da Asgi, Cild e Indie watch, sulla situazione dell’hotspot di Lampedusa. "Nonostante l'annunciata chiusura, il centro è ancora parzialmente funzionante. La situazione è esplosiva"

10 aprile 2018

Persone dormono all’aperto a seguito di uno sbarco. La foto risale alla notte tra il 9 e 10 marzo
Lampedusa - Persone dormono all’aperto a seguito di uno sbarco

ROMA - Persone fatte dormire all’aperto subito dopo lo sbarco. Minori e adulti lasciati in un’unica stanza in situazione di promiscuità. Notti intere senz’acqua. E poi atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, percosse, violenze. Il rapporto presentato oggi alla Camera dei deputati mette nero su bianco la condizione di “limbo giuridico” dell’hotspot di Lampedusa, come sottolinea il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma.

Segni dovuti a colpi di manganello. Foto: Asgi, Cild e Indie watch
Lampedusa - Segni dovuti a colpi di manganello

“Quella di Lampedusa era e continua ad essere una struttura incongrua e inadeguata – spiega Palma in conferenza stampa –. L’hotspot dovrebbe essere un punto di semplice identificazione e smistamento. Mentre lì ho avuto modo di incontrare persone presenti da mesi, come nel caso del ragazzo che si è suicidato a gennaio ed era arrivato a ottobre”.
Il Garante ricorda che nei centri hotspot le persone dovrebbero restare al massimo 48 ore: “Parlo di limbo giuridico perché se rimangono lì più di 48 ore ci deve essere un’autorità giudiziaria confermi quella privazione della libertà”. A questo si aggiunge un'inadeguatezza strutturale: “In generale si tratta di una situazione scarsamente accettabile per 48 ore, quindi assolutamente inaccettabile se la situazione si prolunga. Non c’è una mensa, si mangia per terra o sui muretti”. Anche se la struttura verrà ristrutturata, come previsto, difficilmente secondo il Garante potrà raggiungere gli standard previsti. “Tra l’altro – ricorda Palma – il decreto Minniti del febbraio 2017 prevede che vengano istituiti Cpr nelle varie regioni, strutture più piccole che rispondono a una logica radicalmente diversa, ma di questa logica e di quel disegno aspetto di vedere ancora qualcosa. Finora non si è mosso niente”.

- Il dossier di Asgi , Cild e Indie Watch, racconta dettagliatamente cosa gli avvocati e i ricercatori hanno trovato durante la visita del 6 e 7 marzo scorsi. In quel momento erano presenti 170 persone, due nuclei familiari, diversi minori anche non accompagnati. “C’erano situazioni di doppia, tripla vulnerabilità – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Cild –. Il nostro è un racconto in itinere, molto di quello di cui stiamo parlando è sotto giurisdizione della Corte europea dei diritti umani, sappiamo che c’è stata una prima richiesta di chiarimenti ed è arrivata la risposta governo, dopodiché il centro è stato temporaneamente chiuso”.
Gennaro Santoro, avvocato di Cild spiega che le “violazioni dei diritti umani riscontrate nell’hotpot non si sono riscontrate in altri contesti. Formalmente sono centri aperti ma non è vero, da questi luoghi non ti puoi allontanare. La situazione è esplosiva. Una mattina abbiamo incontrato una bambina 8 anni, qualche giorno dopo abbiamo appreso che nello scontro del 9 marzo quella bambina ha ricevuto lesioni".

Le violenze e le percosse ricevuto dai migranti presenti a Lampedusa, sono dettagliate nelle fotografie contenute all’interno del rapporto. Come quelle che ritraggono la mano sanguinante di Ahmed, un ragazzo minorenne, morso dal cane della polizia, o ancora quelle in cui si vedono sui corpi di adulti e bambini i segni di manganellate. Ma ci sono anche foto di atti di autolesionismo: esasperati dai tempi di attesa e con la pura di essere rimpatriati, alcuni degli ospiti si sono cuciti la pelle con il filo spinato. Nel dossier si pone l'accento anche sulla situazione dei Cpr di Torino, Brindisi e Potenza in cui un centinaio di persone sono state trasferite dopo la chiusura temporanea della struttura.

“Quello che abbiamo trovato a Lampedusa non ha nulla a che fare con l’accoglienza, in questo luogo spesso si ritraumatizza il trauma – spiega Fabrizio Coresi di Indie Watch -. Quello che chiedono le persone è libertà di movimento, una libertà di cui sono privati in maniera illegittima dentro l’hotspot”. Dopo la visita gli avvocati delle organizzazioni hanno presentato ricorsi d’urgenza alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, che con la chiusura temporanea del centro hanno in parte perso ragione d’essere per il sopravvenuto trasferimento in strutture idonee nella provincia di Agrigento dei ricorrenti. “Nel loro interesse presenteramo  comunque ricorsi ordinari per chiedere la condanna dello Stato italiano al pagamento di un indennizzo per le condizioni disumane in cui sono stati costretti a vivere per oltre un mese – spiegano gli avvocati -. Due ricorsi, entrambi relativi a nuclei familiari con minori, sono già stati presentati: un nucleo familiare, composto da madre, padre e bimba di soli 8 anni è arrivato a Lampedusa il 15 febbraio 2018, dopo 3 giorni di navigazione durante i quali la minore è svenuta per la fame e la sete”.

Giulia Crescini, di Asgi, sottolinea, in particolare, che “per tutti gli assistiti i ricorsi si fondano su violazioni della Cedu, perché le persone sono state sottoposte a trattamenti inumani e degradanti: per alcuni come i minori, questi trattamenti sono amplificati, ma in generale l’accoglienza predisposta anche per uomini adulti è disumana”. Tra i diritti violati anche l’accesso negato alle procedure per chiedere la protezione internazionale. La preoccupazioni ora è che il centro vengo riaperto. Secondo gli avvocati, infatti, l’hotspot è ancora parzialmente funzionante: “Sappiamo che ci sono stati degli sbarchi e che le persone sono trattenute lì – aggiunge Cristina Laura Cecchini di Asgi -. Quello che vogliamo capire è se ci sarà solo una ristrutturazione che permetterà di riaprire l’hotspot e permettere un maggiore trattenimento”. Sulla vicenda l’onorevole Giuditta Pini del Pd ha annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Marco Minniti e a quello della Giustizia, Andrea Orlando. (ec)

 

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