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Come funzionano i rimpatri e perché finora sono stati inefficaci

Nella sua prima uscita pubblica il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, promette un aumento delle espulsioni e Cie in ogni regione. Ma le misure di allontanamento sono state già portate avanti da altri governi e hanno dimostrato il fallimento del sistema. Schiavone (Asgi): "Scelta spesso inattuabile"

04 giugno 2018

ROMA - "Non basta ridurre gli sbarchi ma bisogna aumentare le espulsioni. L'anno scorso siamo riusciti a rispedire alla frontiera solo 7000 immigrati, di questo passo ci metteremo un secolo. Bisogna aprire dei Centrii di espulsioni in ogni regione, bisogna avere accordi più importanti con i paesi da cui arrivano queste persone, e ricontrattare il ruolo dell'Italia in Europa". Lo ha ripetuto per tutta la campagna elettorale, lo ha ribadito ieri nella sua prima uscita pubblica da ministro dell'Interno, fatta nella regione simbolo dell'accoglienza, la Sicilia. Matteo Savini torna a parla di rimpatri, veloci e sicuri, degli irregolari. Ma è possibile davvero espellere tutti gli  irregolari che vivono in Italia? Quanto è davvero efficace questa misura, e quali sono i suoi costi economici e sociali?

I dati parlano di numeri irrisori. Secondo un recente rapporto di Ispi tra il 2013 e il 2017 il nostro paese è riuscito a rimpatriare solo il 20% dei migranti a cui è stato intimato di lasciare il territorio, mentre altri paesi, come la Germania ne ha rimpatriati molti di più (il 78%). Secondo le stime recenti il numero degli irregolari in Italia sfiora, invece, i 500mila. Per i ricercatori, i motivi non sono necessariamente da ricercare nell’inefficienza del sistema o nelle negligenze degli attori coinvolti. Ma in un insieme di fattori che rendono l’espulsione un meccanismo particolarmente complicato: uno dei problemi riguarda le nazionalità. L’Italia ha emesso decreti di espulsione in massima misura nei confronti di persone con nazionalità africana (49% Nordafrica; 18% Africa subsahariana). Ma sono solo pochi gli accordi di riammissione tra il nostro paese e i paesi africani e, anche laddove questi esistono, la loro applicazione da parte di governi e autorità locali è discontinua e disomogenea. A questo si aggiungono i costi economici molto alti di un provvedimento che richiede la messa in moto di una complessa macchina burocratica.

Già 11 anni fa, una commissione d’inchiesta, voluta dal ministero dell’Interno e presieduta da Staffan De Mistura, e formata da un team di esperti, parlava dell’inefficienza della politica di espulsioni. “Nella legislazione vigente la gran parte delle condizioni di irregolarità di soggiorno trovano come unica risposta l’espulsione - si legge nel testo-. Si genera una spirale caratterizzata dalla produzione continua di documenti espulsivi che risultano difficilmente eseguibili, sia in ragione del loro numero eccessivo, sia in ragione del generarsi di un circolo vizioso della contrapposizione tra la pubblica amministrazione  e lo straniero, il quale non vedendo la convenienza di un rapporto di trasparenza e collaborazione con le autorità mette in atto diverse strategie di resistenza, primo fra tutti l’occultamento dell’identità. Si ritiene che l’approccio normativo complessivo al fenomeno andrebbe profondamente modificato riducendo l’espulsione alla sua natura di provvedimento necessario da applicarsi come ultima ratio laddove tutte le altre possibilità di regolarizzare si siano rivelate in concreto impossibili”. Conclusioni che secondo Gianfranco Schiavone, vicepresidente di Asgi, e membro dell’allora commissione De Mistura, “sono incredibilmente e tristemente identiche a quello a cui potremmo arrivare oggi, perché in questi 10 anni nulla è cambiato”.  “La nostra  normativa in materia di immigrazione è terribilmente rigida - spiega -, e ha sempre prodotto un numero enorme di irregolari, ma per rispondere a questo problema non si è mai messo mano alla normativa ampliando i canali regolari di ingresso e regolarizzando i percorsi positivi di inclusione sociale e lavorativa degli stranieri che, magari dopo anni di soggiorno in Italia, hanno perso il loro permesso di soggiorno a causa della crisi economica o per altri seri motivi personali. Al contrario ci si ostina a trovare come unica risposta un’espulsione impossibile in primo luogo perché ne viene snaturata la finalità giuridica: l’espulsione, infatti è un provvedimento estremo che dovrebbe essere preso solo nei confronti delle persone che, per motivi di sicurezza pubblica o altre serie ragioni   e del disagio sociale, non possono essere riassorbiti nel tessuto sociale”.

Secondo il giurista per tutti gli altri stranieri irregolari (la grande maggioranza) una norma equa e ragionevole deve puntare a favorire la loro regolarità e non il contrario. L’Italia, invece, ha già una legge connotata da un apparato repressivo molto forte: “L’espulsione con immediata esecutività (ovvero che può essere attuata persino prima della decisione sull’eventuale ricorso) è infatti già la misura ordinariamente prevista dalla legge - aggiunge il giurista-. Ed è così fin dal 2002, dalla legge Bossi-Fini. Mentre il recente decreto Minniti-Orlando non ha apportato delle modifiche significative, sia sotto il profilo dei presupposti per l’emanazione dei decreti di espulsione, sia sotto il profilo delle modalità di esecuzione. Quello che sorprende quindi è come il dibattito politico (trasversalmente tra le diverse forze politiche), sia caratterizzato da una incapacità di elaborazione e dalla riproposizione ossessiva delle stesse proposte, senza che ci si interroghi sul fallimento dell’impianto giuridico di base”.

Ma come funzionano le espulsioni? Nella pratica, secondo la normativa rimpatri 115/2008, ci sono tre modalità di allontanamento previste per i cittadini irregolari: il ritorno volontario assistito, l’espulsione (con obbligo di lasciare il paese con mezzi propri), l’accompagnamento coatto nel paese di origine. In Italia la misura più attuata è la seconda: l’espulsione. “Secondo le norme dell’Unione Europea (direttiva 2008/115/CE) si dovrebbe favorire il ritorno volontario - spiega Schiavone -, mentre l’accompagnamento alla frontiera dovrebbe essere attuato in ultima istanza, ma in Italia questo non accade, eludendo abilmente la misura principe, (la partenza volontaria, ndr) prevista dalla norma europea per avviare subito un provvedimento coattivo che non viene quasi mai attuato dall’amministrazione ma che si traduce in un decreto con il quale lo stesso straniero dovrebbe eseguire la sua auto espulsione. Posto in questa condizione lo straniero non ha alcun interesse a collaborare o semplicemente non ha i mezzi per rimpatriare, e quello che accade è che le persone restano da irregolari sul suolo italiano, in situazioni di grave disagio sociale e prede del lavoro nero, anche con forme di sfruttamento estremo”.

Assai meno frequente è il caso del rimpatrio eseguito dalle autorità, perché le criticità sono notevoli. Servono innanzitutto accordi di riammissione con paesi di origine o di transito. A questo si aggiungono i costi enormi della macchina burocratica che si mette in moto: secondo una stima di Open migration, che ha analizzato il caso di un gruppo di nigeriani respinti, un rimpatrio può arrivare a costare anche 8000 euro a migrante. “Possiamo investire risorse economiche e materiali per espellere e accompagnare in frontiera i pochi soggetti pericolosi, ma negli altri casi, è una scelta irrazionale, ingiusta ed inattuabile- sottolinea Schiavone -. Tentare di trasformare l'Italia in una prigione o in un campo di detenzione a cielo aperto, per cercare di rimandare indietro persone che non hanno commesso alcun serio reato e che potrebbero inserirsi nella nostra società contribuendo alla sua crescita economica, sociale e culturale (e al suo declino demografico) è una scelta politica folle, dai costi altissimi e che produce una deriva autoritaria. Proprio il fatto che la norma attuale sia caratterizzata da una radicale carenza dei principi di proporzionalità e di differenziazione delle situazioni produce come effetto perverso che assai spesso coloro che sono allontanati sono proprio i soggetti più deboli e più vulnerabili, determinando una terribile ingiustizia e una beffa per la collettività. Non pensi il cittadino comune che quando si espelle uno straniero lo si faccia sempre puntando ai più pericolosi, bensì deve sapere che spesso allontaniamo coloro che sono semplicemente meno scaltri o più ingenui e deboli di altri”.

Negli scorsi mesi ha fatto molto discutere il caso del rimpatrio di un gruppo di cittadini del Sudan, in cui è stata rilevata una discriminazione di tipo etnico. “Per far numero si prendono quelli che si può, a caso, se si può sudanesi, se si può le badanti, se si può operai in nero fuori dal cantiere - conclude Schiavone - con una logica crudele che nulla a che fare con la sicurezza pubblica ma che, anzi, è figlia della stessa logica che alimenta la marginalizzazione sociale degli stranieri e ne fa dei perfetti capri espiatori dei fallimenti di questo Paese. In questo triste quadro la percentuale degli allontanamenti coattivi è sempre rimasta assai modesta nel tempo, nel susseguirsi dei vari governi. Le proposte “nuove” che stanno emergendo non hanno nulla di nuovo ma di stantio e logoro, da Bossi fino  ai suoi eredi di oggi e sono destinate solo ad accrescere i problemi, produrre  nuove ingiustizie, dissipare altre risorse economiche ed indebolire la nostra fragile democrazia”. (Eleonora Camilli)

(modificato il 4/06/2018)

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