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La morte di Desirée e i "grandi assenti": storia di un fallimento sociale

Servizi sociali delegittimati e depoteziani e genitori dimessi: l'analisi di Daniele Biondo (Arpad). “Gli adolescenti hanno bisogno di dipendere da qualcosa: se manca la dipendenza sana, facilmente arriva quella da sostanza”

26 ottobre 2018

ROMA – Non è solo un episodio di cronaca nera, anche se si tratta di un brutale omicidio; non è solo questione di sicurezza e “non basterà qualche poliziotto all'angolo per evitare che si ripeta”: la morte di Desirée è frutto di una “patologia civile” e ci chiede con urgenza di ripristinare innanzitutto un “controllo sociale” che è venuto a mancare, con il depotenziamento di famiglia, scuola, servizi”. Daniele Biondo, psicoanalista di bambini e adolescenti e membro di Arpad (associazione romana per la Psicoterapia dell'adolescenza), ci aiuta a individuare i numerosi “responsabili sociali” di questa morte e, in generale, del rischio che minaccia tanti giovani. Parla di “servizi sociali depotenziati”, di “adulti dimessi”, di “presa in carico fallimentare”, di “genitorialità difettosa” e di ragazzi “fisiologicamente dipendenti”, che quando non trovano il “buon nutrimento della relazione”, facilmente ricorrono alle sostanze. Una situazione complessa, che né la polizia né le ruspe basteranno a risolvere.

“Abbiamo a che fare con una statuizione di marginalità sociale – afferma Biondo - La ragazza faceva uso di sostanze, girava di notte senza controllo, frequentava persone ad alto rischio: era in quella terra di nessuno in cui gli adulti non ci sono più e il giovane, troppo giovane ancora, diventa preda di questa nuova barbarie. E' una patologia civile, dovuta alla degradazione dei sistemi di vita sociale, che i ragazzi più poveri e con meno strumenti subiscono più degli altri”. E' una storia che denuncia tanti “grandi assenti”, venuti meno a quel controllo sociale che oggi viene a mancare. 

I primi della lista sono i servizi sociali, che “sono stati massicciamente smantellati, depotenziati, delegittimati – osserva Biondo – e non hanno risorse umane e tecniche per realizzare un controllo sociale su questi ragazzi. I servizi conoscevano questa ragazza, il fatto che fosse seguita è ancora più grave: dimostra che la presa in carico è fallimentare, difettosa. Non per incompetenza del singolo assistente – precisa Biondo – che segue dai 200 ai 300 casi al mese. Questo si traduce in un incontro ogni due mesi forse: e cosa si può fare, con degli interventi puntiformi? Soprattutto, poi, i servizi non fanno rete, non comunicano tra loro: in assenza di un progetto comune e condiviso, l'adolescente non si riesce a convincere, non si attira nel programma di recupero e salvezza di se stesso. Da decenni non si assumono assistenti sociali, con la spending review non facciamo che tagliare i servizi: ne consegue l'impotenza sociale che assiste passiva a questo degrado”.

Poi ci sono i genitori. “Non parlo dei genitori di Desirée, ma in generale dei genitori di tanti ragazzi – precisa Biondo - Noi clinici che lavoriamo in questo ambito assistiamo centinaia di genitori e constatiamo ogni giorno un difetto diffuso di genitorialità. I genitori non hanno più le coordinate, manca un orientamento chiaro su cosa serva ai ragazzi per crescere”.. Da cosa dipende? “Credo che abbia a che fare col venir meno di una serie di garanti metasociali: le grandi istituzioni di una volta (sindacati, chiesa, partiti) erano soggetti sociali forti, di cui la famiglia si sentiva in qualche modo rappresentante. Ora, l'avvento della 'società liquida', del web e del mercato globale ha depotenziato il ruolo di genitori. Oggi l'educatore è internet: questa delega, che i genitori meno solidi rischiano di fare, li depotenzia”. Altro “difetto” della famiglia è “il depotenziamento di tutti i meccanismi di autorità: si è perso il senso della norma, della legge, del dovere, bisogna insegnare a fare ciò che si vuole, rimproveri e punizioni sono banditi, il 'no' non va detto. E in tutto questo, c'è la grande 'fuga' dei padri dalla famiglia, perché il lavoro li risucchia come una centrifuga e li ributta a casa sfatti”. 

Le dipendenze. Per Biondo, insomma, c'è una “crisi educativa generale” e una difficoltà della società di essere “educante”: il terreno fertile perché attecchiscano le dipendenze. “Il ragazzo in crescita ha fisiologicamente bisogno di essere dipendente da qualcosa – spiega Biondo – In un contesto sano, dipende da relazioni, dialogo, affetti, adulti che lo accompagnano: sono queste le 'buone dipendenze'. Purtroppo, sappiamo che circa il 30-40% della popolazione giovanile oggi non può usufruirne, per via delle 'grandi assenze' che dicevamo. Dall'altra parte, c'è un mercato che è orientato a fare dei nostri figli dei dipendenti e li addestra a questo. Per fortuna, c'è quel 70% di adulti che questa battaglia la vince, con le armi della relazione, del dialogo. Se i giovani sviluppano questa 'sana dipendenza' dall'adulto che li cresce, non hanno bisogno di cercare le sostanze”. E' questo, insomma, “l'antidoto sociale” per far sì che la storia di Desirée (e di tante come lei) non si ripeta: “la riconquista della relazione e del sistema educativo e il maggior investimento sui servizi di prossimità, per restituire a questi forza e capacità”. (Chiara Ludovisi)

Leggi anche l'intervista a Riccardo De Facci del Cnca. 

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