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Loris, padre Bettoni: "Rimbambiti, non sentiamo il grido di una mamma!"

Il fondatore di Arché sul caso dell'omicidio del piccolo Loris. Con tre appelli: alle mamme come Veronica ("fatevi aiutare!"), a parenti e amici delle mamme in difficoltà ("svegliatevi") e tutti gli altri che guardano e leggono ("non giudichiamo")

12 dicembre 2014

MILANO - Amici e parenti di donne che soffrono: "Svegliatevi! Siamo rimbambiti da mille stupidaggini e non sentiamo più il grido di aiuto di una mamma". Padre Giuseppe Bettoni, nel 1991, ha creato Arché, fondazione che si occupa del disagio, dell’emarginazione, della prevenzione, della malattia e della sofferenza dei bambini e delle mamme in Italia e nel sud del mondo. Tra i progetti più importanti, la “Casa Accoglienza” di Milano che ospita bambini e mamme che stanno vivendo una condizione di disagio. Sono donne provate dalla vita, spesso vittime di abusi e violenze domestiche o rimaste sole in un Paese che non è il loro, oppure uscite da un percorso di droga e tossicodipendenza.
Casa Accoglienza offre loro l’opportunità di reinventare la propria vita sia a livello sociale che emotivo, aiutandole nella quotidianità a focalizzarsi sulla relazione con i propri bambini e con sé stesse. Di fronte alla vicenda del piccolo Loris e della sua mamma Veronica (accusa di averlo ucciso), padre Giuseppe ha deciso di scrivere un appello alle mamme in difficoltà, ai loro amici e parenti e ai tanti che in questi giorni stanno voracemente seguendo le cronache su giornali, Tv e internet.

- Questo il testo dell'appello di padre Giuseppe. "Ho letto la storia di questa madre, indagata per l’assassinio del piccolo Loris, ho letto della sua infanzia e delle sue vicende di vita e non ho potuto non pensare che, come tante mamme che ci sono passate, anche lei avrebbe potuto essere aiutata ad accettare la sua vita e le sue tensioni e contraddizioni, ma anche a recuperare la sua capacità genitoriale. In questi anni Arché ha conosciuto e accolto tante giovani donne come lei. Ragazze con disagi psicosociali così forti che, se non fossero state aiutate, avrebbero potuto distruggere per sempre quello che avevano di più caro. Donne spesso lasciate sole, confuse, che hanno avuto bisogno di un aiuto per ricostruire pezzo dopo pezzo loro stesse, per prime, e poi la relazione con il loro bambino".

Il primo appello è alle mamme come Veronica: fatevi aiutare!. "È per questo che vorrei anzitutto lanciare un appello a tutte quelle giovani mamme che si sentono sole nell’affrontare una vita complessa e dura in contesti che sembrano fare di tutto per isolarle. Giovani mamme che si portano sulle spalle storie di ferite e di umiliazioni, fatte di singhiozzi nel silenzio e di lacrime nella notte. Sole. A ciascuna di queste mamme dico: “Lasciati aiutare, prenditi cura dei tuoi bambini, ma anche di te stessa, per aiutarti a cercare in fondo al cuore e alla tua solitudine quel qualcosa cui aggrapparti per inventare una speranza che oggi non sai vedere. Nessuno ti toglie il tuo bambino, anzi siamo qui apposta per aiutarti a ritrovare un vero rapporto con lui. E vengo a dirti che non sei condannata a ripetere il tuo passato”.

Il secondo appello è per chi è parente e amico delle mamme in difficoltà. "Un appello anche alle famiglie degli amici: non potete non aver sentito il grido di aiuto di questa mamma. Ve l’avrà detto in mille modi, ma forse eravate troppo distratti, o non avreste mai pensato che sarebbe potuto accadere qualcosa di simile. Svegliatevi! Siamo rimbambiti da mille stupidaggini e non sentiamo più il grido di aiuto dignitoso e sottile di una donna. L’amicizia è portare insieme il peso della fatica, dell’umiliazione. Invece ci sono amici che non vedono l’ora di umiliarti per sentirsi superiori, più fighi. Credono che la fragilità sia debolezza, sia sconfitta. No, la fragilità è di tutti: è la mia fragilità, è la mia debolezza che è come un grido che si apre all’incontro con l’altro, perché da solo non so vivere. La mia fragilità è invocazione, grido, appello: insieme possiamo farcela".

"Un appello infine a chi legge: il mistero che c’è nel cuore e nella mente di una persona è appunto tale e non è semplice da comprendere. Non giudichiamo. Anzi sì: giudichiamo il male che è sempre da condannare, ma lei non è solo la mamma di Loris, è Veronica, e se dovesse davvero essere stata lei a commettere un delitto così terribile, vorrei che potesse essere messa in condizione di trasformare la sua vita. È facile sentenziare condanne in casi come questi, è facile, leggendo il giornale o la notizia sul web, il mestiere del boia. Ma c’è sempre un essere umano dietro a tutto. C’è una persona che possiamo accompagnare affinché possa tornare a guardare la vita con speranza. La morte del piccolo Loris verrà archiviata tra pochi giorni come quella di tante situazioni che incalzano la cronaca, ma non sarà stata invano se potesse essere l’occasione di aiutare Veronica e le altre Veroniche che sono da sole ad affrontare un futuro che appare loro come un muro insormontabile e se potesse essere l’occasione di non ritenersi condannate a ripetere il passato.
La tradizione cristiana affida a Veronica il compito di trattenere l’unica icona (vera icona: veronica), l’unica immagine del volto di Cristo. E noi siamo abituati a declinare al maschile la sofferenza di tanti «poveri cristi». Ed è vero, forse dobbiamo renderci conto che ci sono almeno altrettante, se non più, Veroniche «vere icone» del dolore di essere donne, mogli, madri troppo fragili di fronte alle responsabilità della vita". (dp)

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