19 giugno 2015 ore: 11:16
Società

Family Day, in piazza per il diritto dei bambini ad una mamma e un papà

Domani a Roma la manifestazione organizzata da un ventaglio di associazioni cattoliche per dire no all’equiparazione fra matrimonio e unioni civili e riaffermare le differenze naturali fra uomini e donne

ROMA – Nel linguaggio comune, è diventato un secondo Family Day, dopo quello imponente che nel 2007 sbarrò la strada al governo Prodi intenzionato a regolare le convivenze con i cosiddetti “Di.Co.”. La realtà è un po’ più complessa perché la manifestazione convocata per domani a Roma (Piazza San Giovanni, ore 15,30)  si preannuncia molto più risoluta ma anche molto meno politicizzata rispetto a quella di otto anni fa. Nata – pur fra numerose incertezze – in una parte del mondo cattolico, mette in primo piano la “difesa” del diritto di ogni bambino a crescere con una mamma e un papà: contrasta dunque il tentativo di sostanziale equiparazione delle unioni civili al matrimonio fra uomo e donna (ddl Cirinnà, attualmente all'esame del Senato) e quello di legittimare nei fatti la pratica dell’utero in affitto (con il figlio partorito “sottratto” dopo il parto alla madre naturale per essere consegnato ai suoi “committenti”). Il tutto, con la sottolineatura della contrarietà alle “teorie del gender” che “avanzano surrettiziamente nelle scuole con l’obiettivo di negare le naturali differenze di genere”.

A promuovere l’iniziativa è il comitato “Difendiamo i nostri figli”, comprendente numerose associazioni e realtà del mondo associativo cattolico. Il portavoce è il neurochirurgo Massimo Gandolfini, vicepresidente dell’associazione “Scienza&Vita” (la quale però non aderisce ufficialmente, al pari del Forum delle Associazioni Familiari – qui la nostra intervista al presidente Francesco Belletti), ma nella cabina di regia c’è anche una galassia di realtà sicuramente “minori” ma che sembrano intercettare un sentimento ampio di preoccupazione che emerge in una fetta delle famiglie italiane (fra queste realtà, le “Sentinelle in piedi” e la “Manif pour tous”, l’associazione Pro Vita, i circoli “Voglio la mamma”, i “Giuristi per la Vita”). E, a sottolineare che la manifestazione non è contro gli omosessuali, anche l’Agapo, associazione che riunisce genitori ed amici di persone omosessuali. Non ci saranno solo i cattolici (che peraltro sono in parte divisi sull’opportunità di scendere in piazza: Comunione e Liberazione non sarà della partita, il Cammino Neocatecumenale invece si), ma anche organizzazioni laiche, rappresentanti di altre confessioni cristiane e di altre fedi (ebrei, musulmani, sikh). Il tutto a rimarcare il carattere apolitico e aconfessionale dell’iniziativa e la trasversalità dei temi che si intendono affrontare.

Al di là della diversità di vedute all’interno della Chiesa italiana (che con i suoi rappresentanti va un po’ in ordine sparso: qualcuno la appoggia senza riserve, qualcun altro si diletta con le puntualizzazioni), è evidente che le differenziazioni sono più di carattere tattico che non di merito e di contenuto. E’ infatti comune  la protesta contro il “tentativo di annullare, nel nome del ‘genere’, le naturali differenze sessuali fra maschi e femmine”: un’operazione, definita “ideologica”, che si concreta soprattutto nei progetti educativi messi in atto nelle scuole in funzione anti-discriminatoria. “Il contrasto alle discriminazioni e al bullismo è legittimo, ma questo non può diventare il pretesto – dicono gli organizzatori – per infiltrare progetti che mirano alla destrutturazione dell’identità sessuale dei bambini”. Sono i genitori, viene spiegato, ad essere i primi responsabili dell’educazione dei figli, e su temi delicati come quelli dell’identità sessuale non possono esserci programmi scolastici che li scavalchino.

Gli organizzatori, pur con accenti diversi, sottolineano che il rispetto del diritto del bambino ad avere una mamma e un papà equivale ad un “no” ad ogni ipotesi di riconoscimento delle adozioni a coppie dello stesso sesso. Strettamente legata a tale considerazione è il “no”  alla pratica dell’utero in affitto, rispetto al quale si sottolinea lo sfruttamento (corporale ed emotivo) al quale viene sottoposta la donna che, per motivi economici, accetta di diventare madre di un figlio che gli verrà sottratto – da contratto – subito dopo il parto. Non a caso, la pratica è particolarmente diffusa in aree del mondo particolarmente povere. “I figli non si comprano e le madri non si sfruttano”, uno degli slogan che saranno più gettonati.

Ma gli organizzatori spiegano anche che per scongiurare una qualsiasi legittimazione dell’utero in affitto è essenziale il contrasto a quei progetti di legge (come il ddl Cirinnà) che mirano ad una sostanziale equiparazione fra matrimonio e unioni civili. Anche se il testo di legge conservasse infatti alcune riserve sull’apertura totale alla possibilità di adozione, tali riserve sarebbero poi superate per via giudiziaria, attraverso ricorsi ai tribunali nazionali o comunitari, come già successo in Austria e in altri paesi europei. Fondamentale, dunque, mantenere l’unicità del matrimonio fra uomo e donna senza immaginare nuovi istituti giuridici anche nominalmente diversi ma sostanzialmente equiparabili ad esso. (ska)

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